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[ Recensioni / Reviews ]

NIMH: Circles of the Vain Prayers (CD 2016 – Rage in Eden)


Prosegue senza sosta l’itinerario di Giuseppe Verticchio tra tenebrose esalazioni sonore sotterranee: ancora quasi non si sono dileguati gli echi angosciosi di “Black Silences” che l’artista romano segna una nuova tappa della ricerca di un’ambience al tempo stesso oscura ed evanescente condotta sotto l’abituale alias Nimh.
Di tali coordinate espressive, le quattro lunghe tracce di “Circles of The Vain Prayers” costituiscono una sintesi quanto mai efficace, essendo ampiamente incentrate su correnti sature e crepitanti schegge di rumore.
Non vi è, in “Circles of the Vain Prayers”, la dimensione liberatoria di un magma soverchiante, né vi sono cattedrali di suono come quelle dell’immediato predecessore; vi è, piuttosto, una tensione repressa rappresentata da detonazioni carsiche e risonanze sinistre, che alimentano le arcane sensazioni di sconfitta e disillusione suggerite anche dai titoli dei brani.
Solo ritmiche acustiche dall’incedere comunque spettrale e ieratico (in “Touching the End”) e austere movenze d’archi (nella parte finale di “Violating the Limits”) si atteggiano a esili ricami di un’ambience altrimenti torbida e pullulante di micro-suoni, che nei diciassette minuti di “Srivatsa” trova conclusione di un allucinato itinerario nei meandri più oscuri dell’anima.
- Raffaello Russo - Music Won’t Save You

Ci sono pochi dubbi sul fatto che Giuseppe Verticchio (Hall of Mirrors, Maribor) stia allargando i propri orizzonti artistici. Con il passare degli anni la sua ricerca sonora lo ha spinto ad incorporare influenze folk e world music in un contesto sperimentale che all'inizio poggiava soltanto sull'elettronica di ambiente.
Le presenti quattro tracce, registrate due anni fa e distribuite anche in una pregevole edizione limitata in legno, rappresentano quanto di più tribale immesso sul mercato da Nimh fino adesso.
L'immagine in copertina è un simbolo legato alla tradizione tibetana ed infatti per l'album sono stati utilizzati strumenti come rattles, khlui, tzeebu, rawap e tombak che fanno parte della cultura asiatica e, oltre al piccolo stato guidato dai monaci, trasportano idealmente in paesi lontani e affascinanti come Thailandia (già narrata nei minimi particolari nello splendido “Krungthep Archives”) Iran e Mongolia.
A questa strumentazione si affiancano pianoforte, violino, vari oggetti metallici e l'uso di field recordings ma non sintetizzatori e questa è sicuramente una sorpresa.
“Circles of the Vain Prayers”' vede la presenza di Enrico Verticchio e “Violating the Limits” quella di Claudio Ricciardi, ma è “Touching the End” a marcare il territorio circostante con un crescendo epico in apparente contrasto con le divagazioni rumoristiche di “Black Silences”.
Quando infine si arriva a “Srivatsa” l'energia sembra avere preso possesso del nostro corpo e, credenti o non credenti, anime filosofiche o meno, è impossibile non essere trascinati da tanto fervore spirituale. Difficile immaginare dove lo porterà questo percorso ma Giuseppe Verticchio si conferma uno dei pochi musicisti di casa nostra dotato di un tocco unico e di un profilo internazionale spiccato.
- Lorenzo Becciani - Suffisso Core

For those who are not yet familiar with the work of Giuseppe Verticchio (Nimh), this Rome-based artist has created a handful of ethno-ritual, soothing and ominous industrial drone releases for labels such as Silentes, Eibon and Rage in Eden. “Circles of the Vain Prayers” appears to be his latest effort to see the light on the martial/industrial/neo-folk label Rage in Eden.
In this new release Nimh reiterates on the entrancing neo-spiritual and mystical direction of his processed and semi acoustic ambient music. However, contrary to his past albums such as “The Missing Tapes” and “Travel Diary” which also have an inclination for ethnic droning sonographies, this new album reinforces the darkened religious facet with a great corpus of enthralling and vertiginous loops which advocates ritual trance states observable during shamanic ceremonies/catharsis processes and astral voyages.
Based on small repetition of phrases and electronically processed figures of acoustic timbres the music really seems to communicate with some invisible forces and deities from the nature. Musical comparisons can be found at the same time in the experimental-conceptual music of Henry Flynt, Angus McLise or Lamonte Young as well as in the static dreamy ambient tracks of Rapoon. The whole thing is enriched by diverse noisy sequences, field recordings and samples. A very sensorial and tripped out hypnotic avant-folk ambient album. An absorbing and vertical listening treat for the ears. Absolutely recommended for fans of blackened looping ambiences.
- Philippe Blache - Igloomag

In molti suoi album Nimh (Giuseppe Verticchio) suona strumenti musicali asiatici, specie quelli provenienti dalla Thailandia, un Paese che torna spesso nei suoi lavori, in varie forme, ad esempio come registrazione sul campo. Qui abbiamo il Khlui (un flauto), lo Tzeebu e il Rawap (a corda), il Tombak (percussione) e dei campanelli tibetani. Si trovano accanto a piano, violino, metalli, oggetti vari e musica concreta, e vengono messi in loop, probabilmente perché la continua, quasi rituale reiterazione di un tema stacca il cervello da ciò che gli accade intorno, portandolo a credere di trovarsi in una realtà altra, magari sacra (ma è tutto inutile, o almeno così pare dica il titolo).
Apre il disco proprio la torrida “Circles of the Vain Prayers”, che ci teletrasporta subito in un Altrove sempre riconoscibile come “orientale”, le successive due proseguono il discorso aggiungendo campioni vocali e variando il mix strumentale, conservando le ripetizioni stordenti che si accavallano le une sulle altre (mi viene da dire confondendo un po’ di più anche le coordinate geografiche, ma è molto soggettiva questa cosa). Chiude il discorso molto più soavemente “Srivatsa”, cioè “il nodo dell’eternità” buddhista, quello che non sai da dove inizia, quindi i “cerchi” usati per la costruzione dei brani sono espressione di un’idea iniziale ben precisa.
Una curiosità: verso la fine di quest’ultima traccia Verticchio fa emergere dal mix – lasciandolo poi da solo – il loop di qualcosa che va in frantumi e si sbriciola, così il pezzo e il disco si concludono come se fossero uno dei disintegration loops di Basinski.
L’album si lascia ascoltare più volte, confermando il valore di Giuseppe/Nimh e la sua capacità di rimettersi almeno sempre un po’ in gioco (penso anche al recente progetto parallelo Twist of Fate). Prima, per quanto ne so o ricordo, nella sua discografia non c’era ancora stato un episodio così “mantrico”. Né il “dialogo” con l’Oriente, né l’impostazione minimalista o ciclica suonano nuovi, ma non sottovaluterei manco per sogno quest’album, che purtroppo sta solo facendo il giro dei consueti posti sicuri. Dopo anni c’è evidenza empirica che qualcuno sta sbagliando qualcosa, forse l’etichetta/le etichette, forse gli artisti (non c’entra solo Giuseppe) e forse chi da anni scrive/fa scrivere di queste cose senza creare nuovo pubblico, ma predicando ai convertiti (e dire che noi siamo multi-genere apposta, ma a questo punto non basta…).
Consigliato, come sempre.
- Fabrizio Garau – The New Noise

Confesso di aver perso di vista per certo tempo Giuseppe Verticchio (l’uomo dietro il progetto Nimh e ora anche Twist of Fate con Daniela Gherardi).
Ma scopro con piacere che egli non si è mai fermato come dimostrano i due nuovi progetti qui in esame (“Nimh: Circles of the Vain Prayers” e “Twist of Fate: September Winds”).
Nimh è un classico ormai della più perturbante ritual ambient e a mostrarne la forza basti guardare il video realizzato dal fratello Enrico a Lhasa in Tibet durante una cerimonia di cremazione.
Un arsenale di strumenti rituali accompagnano le quattro lunghe tracce, provenienti perlopiù da Tailandia, Mongolia, Tibet, Iran, oltre ad un numero imprecisato di percussioni, effetti, field recordings, e poi violino, metalli e voci disincarnate a formare un ciclo incessante di sonorità che provano a spingersi oltre i limiti del prevedibile, facendo emergere da un profondo senso di inquietudine, brandelli di luce liberatoria, (il canto armonico di Claudio Ricciardi in “Violating the Limits”) che infine si fa preghiera, vana o meno che sia.
- Gino Dal Soler - Blow Up

Chi ha seguito almeno in parte la discografia di Nimh (al secolo Giuseppe Verticchio) saprà che una delle particolarità dell'autore romano è quella di creare stratificazioni sonore o concretizzazioni di materiale audio di varia provenienza, al fine di generare una serie di emozioni e sensazioni che non di rado toccano le generalità dell'ambient music, sia di natura più cupa che aderenti ad una sperimentazione sui generis segnata sempre da una profonda personalità compositiva.
Questa ultima fatica non si distacca dalle architetture dei tanti album precedenti, ma ne diverge soprattutto dal punto di vista strumentale.
Assemblato senza l'ausilio di mezzi elettronici, "Circles of the Vain Prayers" è caratterizzato da quattro lunghe suites che vedono l'accumulo ordinato di suoni generati da una lunga lista di strumenti tipici orientali (di origine tailandese, tibetana e mongola) con l'aggiunta di varie field recordings catturate in Tibet dal fratello Enrico, oltre ad alcuni estratti ricavati da mass-media.
Il tutto vede una ripetizione in loop con effetti ipnotici e mantrici, capace di restituire un flusso continuo di immagini folkloriche, spirituali ed antiche al tempo stesso.
Le strutture restituiscono un colore etnico, filtrato da un assemblaggio che fonde alcune peculiarità post-industriali europee con l'insistenza psico-tonale propria dei mantra tibetani.
L'esito finale accosta l'album ad alcune grandi prove di nomi illustri come - tra gli altri - Rapoon e Voice of Eye, con cui viene condivisa la passione per gli echi dell'Estremo Oriente e la ricerca di una ritmica che sappia incrociare percussioni locali e pulsazioni ondulatorie.
Nel complesso una delle opere in cui Verticchio riesce a far fruttare al massimo la sua vena sperimentale, grazie anche al dosaggio attento di rumori specifici e ben riconoscibili e di apparati melodici di rara sensibilità tonale, la cui vetta viene raggiunta nella conclusiva "Srivatsa". Consacrazione stilistica edita sia nel classico formato jewel-case che in un box in legno limitato a sole 18 copie.
- Michele Viali - Dark Room Magazine

In contemporanea alla pubblicazione del secondo capitolo del progetto folk Twist of Fate, Giuseppe Verticchio dà alle stampe un nuovo album a nome Nimh, "Circles of the Vain Prayers".
Quattro lunghi brani che segnano un punto di svolta nella carriera del musicista romano, sempre più lontano dalla dark-ambient che ha caratterizzato i suoi primi lavori.
Utilizzando loop e field recording, Nimh mette in scena preghiere che girano in tondo come danze rituali, mantra costruiti stratificando strumenti provenienti dalle tradizioni di paesi asiatici come il khlui (un flauto tailandese), il rawap (un cordofono mongolo) e il tombak (una percussione iraniana).
I field recording registrati in Tibet sull'omonima "Circles of the Vain Prayers" sono di Enrico Verticchio, fratello di Giuseppe.
Anche le suggestive immagini della copertina e del libretto sono state scattate in Tibet.
Simboli che veicolano un messaggio enfatizzato ancor di più dal canto armonico e dalle spacedrum di Claudio Ricciardi, impreziosendo l'atmosfera sospesa della psichedelica "Violating the Limits".
Gran finale con la suggestiva "Srivatsa", un loop, degno dei più visionari Dead Can Dance, che si sgretola come nei sogni ad occhi aperti di William Basinski.
- Roberto Mandolini - Onda Rock