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[ Interviste / Interviews ]

Intervista a GIUSEPPE VERTICCHIO/NIMH, a cura di Ivo D’Antoni.
Pubblicata su Electronique.it, Ottobre 2012.
www.electronique.it

IVO: Abbiamo incontrato le sue traiettorie in diverse occasioni: un vinile, poi un cd, ancora un podcast.
Giuseppe Verticchio, in arte Nimh, è un musicista che ci ha colpito per la sua capacità di tramutare sensazioni, vissuto e visioni in un prodotto musicale unico nel suo genere, un suono capace, di volta in volta, di stimolare la mente, di farla pensare
Questa la nostra intervista, buona lettura.
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Muovendoti in territori non del tutto ortodossi e di semplice fruizione credo ti sarai fatto un idea del metodo di approccio alla tua musica.
Sarebbe interessante leggere il punto di vista di un musicista, ovvero, chi è o dovrebbe essere il tuo ascoltatore, quale tipo di approccio ai tuoi dischi e, spingendoci oltre, potresti immaginare un vero e proprio profilo umano di questo “utente tipo”?

GIUSEPPE: La mia musica nasce fondamentalmente come musica di ricerca.
Racchiude in sé elementi e influenze di vario genere (principalmente musica ambient, elettronica, industrial, field recordings, ma anche musica etnica, black metal, dark, wave…) sintetizzandole in una forma, e quindi in una ”visione” generale della musica, molto personale.
La sperimentazione sonora è sicuramente un elemento chiave della mia musica.
Nonostante questo considero la sperimentazione soltanto un “mezzo”, per sviluppare progetti sonori desueti, al di fuori dei più comuni stereotipi ma che ambiscano comunque ad un risultato finale che risulti “toccante” e dal forte impatto emotivo, piuttosto che non un “fine”, sostanzialmente “sterile” dal punto di vista emozionale e spesso legato a contenuti di tipo prettamente concettuale e presuntamente intellettuale.
Il mio intento è quello di sfruttare le mie conoscenze, le mie esperienze, le mie tecniche, e (ovviamente…) i miei strumenti e le mie apparecchiature per “dipingere” una musica che, pur basata sulla ricerca sperimentale e su “formule” sonore non convenzionali, abbia però lo stesso impatto emotivo che altri generi musicali più comuni, quali il pop o il rock, riescono a regalare ai propri ascoltatori.
Ampia parte della mia musica è costruita più sui suoni, sui timbri, sulle sfumature, che non sugli elementi più tradizionali (melodia/tempo/ritmo) che contraddistinguono la maggior parte dalla musica moderna e anche antica (pop, rock, musica classica…).
Il mio “ascoltatore ideale” dovrebbe quindi condividere questo tipo di visione della musica, dovrebbe essere una persona che non si fermi alla superficialità delle cose, ma che abbia la curiosità, l’innato e “genuino” desiderio di “conoscere”, di andare in profondità, di scoprire sempre cosa c’e’ “oltre”…
Difficile delineare il vero e proprio profilo umano di un “utente tipo”…
Direi però che chiunque, non solo nell’ascoltare musica ma anche nella propria vita quotidiana, sia sempre pronto a “cogliere” un nuovo input proveniente dall’universo esterno, e non si riconosca in nessuno dei falsamente eterogenei “modelli preconfezionati” (musicali, ma anche ideologici, politici, etici, morali…) che dall’alto si cerca di imporci, è un potenziale ottimo “candidato” all’ascolto della mia musica…

IVO: Trovi che questa descrizione possa coincidere a grandi linee con il tuo profilo ed il tuo modo di intendere, concepire e fruire la musica?

GIUSEPPE: Sicuramente. Elemento imprescindibile per poter ascoltare, comprendere e apprezzare la mia musica è la sostanziale condivisione di gran parte degli intenti per cui io l’ho concepita, pensata e “costruita”…
Direi che il mio “profilo personale” e quello del mio potenziale ascoltatore debbono essere almeno in una certa misura “sovrapponibili” affinché il “binomio” possa felicemente “funzionare”…

IVO: La tua attività produttiva ha un corso che rasenta ormai i quindici anni con un ritmo direi incessante di produzioni, in che maniera ci si rigenera in quello che si fa? E' più importante innovare e rinnovarsi o riuscire a descrivere al meglio quello che si ha dentro anche rimanendo ancorati a stilemi e tecniche produttive già sperimentati?

GIUSEPPE: Nel mio caso direi che fortunatamente la mia esperienza già consolidata (in termini di strumentazioni e tecniche utilizzate, soluzioni adottate, metodi di lavoro e produzione, “ricette” in qualche modo collaudate e “fissate” nel tempo…) viaggia di pari passo ed in modo assolutamente naturale e “fisiologico” con una parallela, contestuale e fittamente intrecciata esigenza di continua ricerca e rinnovamento. Non tanto per una scelta ponderata, quanto piuttosto per una necessità “istintiva”. Mi riuscirebbe difficile infatti realizzare due, tre, o addirittura più album molto simili tra loro e privi di sostanziali elementi che li contraddistinguano in modo abbastanza marcato.
Il “meccanismo”, la logica per cui, di volta in volta, inizio a lavorare ad un album diverso, non è tanto quella di mettermi davanti agli strumenti e cercare “semplicemente” idee per registrare una serie di nuovi brani da raccogliere in un CD.
Di solito avviene l’esatto opposto. L’esigenza di tornare dietro agli strumenti per realizzare un nuovo album nasce spesso da una specie di “illuminazione” improvvisa, un’ idea che ad un tratto si “materializza” nella mia mente, e che prende forma a seguito di un preciso input… qualche novità, un evento particolare, che “accende” in me la “scintilla” per iniziare a concepire la mia nuova musica e mi porta, ogni volta con rinnovato entusiasmo, ad affrontare una nuova “prova”.
Questo “input” può essere di qualsiasi tipo…. l’acquisto di un nuovo strumento musicale, la scoperta di un nuovo software, la visione di un film o di un documentario, la lettura di un libro, un viaggio, l’ascolto di musica di altri artisti, l’essere entrato in contatto una nuova persona, la proposta di una collaborazione…
Tale “scatenante” elemento di novità fa sì che il punto di partenza per ogni nuova produzione sia sempre diverso da quanto avvenuto in passato, e quindi, pur continuando in una certa misura a “sfruttare” il mio precedente bagaglio di tecniche ed esperienze, il risultato che ne consegue di volta in volta è comunque in buona parte innovativo, o quanto meno “inedito”, rispetto a quanto da ma già sperimentato in precedenza.

IVO: L'Italia, contrariamente a quanto si possa pensare, gode di una nutrita schiera di musicisti, passami il termine, sperimentali, tanto che guardandoci da fuori si potrebbe immaginare uno stato in salute e pieno d'idee avanguardistiche, mentre esclusi alcuni “circoli”, diciamolo, siamo completamente allo sbando. Come vedi, in larga scala, il nostro paese? Io sono convinto che ci sia una relazione anche tra il tipo di musica ascoltata e l'approccio alla vita, e più in generale al pensiero.

GIUSEPPE: Condivido in pieno questa tua ultima osservazione… tanto “centrata” quanto parimenti “sconsolante”… E dispiace doverlo dire, ma dal mio punto di vista ciò che fa difetto ad ampia parte della popolazione del nostro paese (ma non solo il nostro) è proprio la capacità di “pensare”… Di solito la gente preferisce non fare lo “sforzo” di pensare… e preferisce “allinearsi” (come accennavo poco sopra) a modelli di pensiero preconfezionati, credendo, spesso anche in buona fede, che ”scegliere” tra una ristretta gamma di possibilità “preconfezionate” significhi effettivamente “scegliere”… Alla gente non piace perdere tempo a pensare “in proprio”… Preferisce solitamente ”scegliere” una persona (o spesso una forma ideologica “standardizzata”…), che lo faccia al proprio posto, ed elevare tale persona o tale ideologia a proprio intoccabile riferimento assoluto. E questo in ogni ambito… Politica, spiritualità, etica, musica…
A fronte di questa analisi più ad ampio raggio, è chiaro che una realtà musicale così particolare, che richiede imprescindibilmente un “pensiero obliquo”, una certa apertura mentale e una ragguardevole sensibilità e “permeabilità” agli input esterni, non può godere di ottima salute, e, per quanto ci si sforzi di diffonderla e promuoverla, resterà sempre e comunque una realtà “di nicchia”. Questo ovviamente dispiace, giacchè gli enormi sforzi compiuti da tanti validi artisti e “addetti ai lavori” per concepire e produrre una musica che vada “oltre” la dilagante banalità e omologazione potrà essere fruita, compresa e apprezzata soltanto da una ristretta cerchia di persone. Ad ogni modo è uno stato di cose cui sono abituato da anni, e non me ne rammarico più di tanto. So che non potrò mai cambiare il mondo… e mi accontento di fornire il mio modesto “contributo” a chi avrà comunque fantasia, curiosità e piacere di ascoltare la musica che realizzo; quella stessa musica cui da tanto tempo mi dedico con passione e in cui, nonostante tutto, continuo a credere con convinzione…

IVO: Oltre al tuo personalissimo progetto Nimh, nella tua produzione è facile imbattersi in collaborazioni, dischi split e/o gruppi terzi creati insieme a tuoi amici produttori, puoi spiegarci da cosa nasce ogni volta l'idea per un disco nuovo, quanto colloquio con altri musicisti ed in che maniera riesci a differenziare un prodotto targato Nimh da altri nei quali non ti trovi solo a produrre?

GIUSEPPE: La maggior parte delle collaborazioni nasce solitamente in modo abbastanza spontaneo nell’ambito delle amicizie. Quando si hanno frequentazioni di amici/artisti con cui sui condividono almeno parte degli orizzonti musicali, non manca mai un’occasione che faccia nascere il desiderio di progettare un obiettivo comune. Così è stato per i miei vari CD come “Hall of Mirrors” con Andrea Marutti, per il recente CD “Under Mournful Horizons” con Philippe Blache/Day Before Us, per i vari CD del progetto Maribor di Stefano Gentile, per i CD insieme a Maurizio Bianchi/M.B., per il CD collaborativo con Pierpaolo Zoppo/Mauthausen Orchestra, per il mio nuovo CD ancora in lavorazione insieme a Davide Del Col/Antikatechon, e per le meno recenti collaborazioni con Nefelheim e Amir Baghiri.
Ed è sempre nell’ambito delle amicizie che nascono forme collaborative meno articolate ma non per questo meno interessanti, quali ad esempio contributi un po’ più marginali ad album di altri artisti… E mi vengono in mente alcune mie “comparse” in album di Aube, Andrea Ferroni, Matteo Uggeri/Hue, Stefano Scala, Claudio Ricciardi, Bruno De Angelis/Mana Erg…
Talvolta i miei contributi ad album di altri artisti sono ancora più “subliminali”, avendo magari contribuito esclusivamente sotto il punto di vista tecnico per migliorare la qualità del suono, incaricandomi del sempre molto delicato lavoro di mastering.
Tornando ai CD collaborativi “propriamente detti”, c’è da dire che il mio naturale “bisogno” di ricercare sempre qualcosa di diverso viaggia in perfetta sintonia con l’idea di condividere progetti musicali paralleli con amici/artisti che possano arricchire e ampliare la gamma di idee/suoni/soluzioni/tecniche che potrei mettere in atto in album realizzati tutti da solo. A volte mi piace “sfruttare” queste occasioni per “osare” ancora più di quanto faccia abitualmente nei miei album come solista; in altri casi invece mi piace “allinearmi” in modo più “discreto” e meno incisivo alle esigenze e alle sonorità abitualmente proposte dall’amico/artista con cui mi trovo a collaborare. Non c’è una regola fissa… anche perché credo che una certa “elasticità mentale” in queste occasioni sia l’elemento chiave per ottenere un risultato finale che sia effettivamente buono e soddisfacente per tutti, privo di forzature, di “spigolosità” e di “contrasti irrisolti”…

IVO: Quali sono, se esistono, i punti fermi del tuo suono? O altrimenti, cosa non dovrebbe mancare mai in un'esecuzione?

GIUSEPPE: In senso assoluto, e cioè sia per quanto riguarda la musica che produco, sia per quanto riguarda la musica che abitualmente mi piace ascoltare, gli elementi per me assolutamente imprescindibili sono l’impiego di una gamma di suoni ricercati e davvero particolari, forme compositive, dinamiche e miscele sonore che nel loro insieme riescano effettivamente ad “emozionare” e che non siano semplici “esercitazioni” di stile o di (pseudo) sperimentazione, e una qualità tecnica del suono sufficientemente elevata da poter valorizzare al meglio la musica stessa.
Un altro elemento che ovviamente ricerco sempre nei miei ascolti, e per quanto possibile anche nella musica che realizzo, è una certa “originalità”, una certa “personalità”… un “qualcosa” che in modo quasi immediato riesca a far distinguere un artista da un altro, un determinato CD da un qualsiasi altro CD di genere simile.
Un’ “impresa” non sempre facile, mi rendo conto perfettamente… Ma ciò che talvolta veramente mi indispone soprattutto nell’ambito della musica sperimentale è la mancanza di ambizione, l’autocompiacente ripetizione all’infinito di soluzioni e sonorità sempre uguali a sé stesse, o, peggio ancora, la proposizione di una “musica” senza “anima” e senza spessore basata spesso su inconsistenti misture di banali rumorismi pseudocaotici “spacciati” con arguzia per avanguardistica sperimentazione sonora.

IVO: Hai mai sentito l'esigenza dei beats nella tua musica? Potresti immaginare in qualche maniera un suono che possa esser ballato?

GIUSEPPE: Ogni tanto mi capita di pensarci… Talvolta ho anche realizzato o “abbozzato” tracce che includevano parti ritmiche, che però non hanno mai trovato un contesto idoneo per essere pubblicate o comunque per essere utilizzate in modo sufficientemente sensato. Alcuni “sporadici” interventi ritmici sono comparsi qua e là nei miei CD, ma sempre in forma molto “discreta”, minimale, sicuramente in “subordine” rispetto alle trame sonore più generali. Non ho ovviamente nulla in contrario a forme musicali che possano essere ballate, o che in senso più generale facciano ampio impiego di parti ritmiche, e talora mi capita di ascoltare anche con piacere musica in qualche modo “beats-oriented”, per così dire…
Però nel momento in cui compongo la “mia” musica è davvero raro che mi capiti di pensare all’inserimento di parte ritmiche, se non, ma questo è un altro discorso, forme ritmiche di tipo più percussivo-rituale-cerimoniale…

IVO: So che non ami esibirti live e che quindi è praticamente impossibile poterti ascoltare in luoghi pubblici, da cosa viene questa scelta?

GIUSEPPE: La mia musica è fondamentalmente musica “da studio”. Ogni singolo brano è costituito da un’ enorme quantità di singole registrazioni di strumenti di vario tipo e genere, elettronici, acustici, sovraincisioni, basi di field recordings, parti massicciamente rielaborate con effetti e plugins, campioni, loops… Tutto questo viene da me registrato in modi e tempi diversi, e poi opportunamente “riassemblato”, ulteriormente rielaborato e mixato attraverso un programma di montaggio audio. Per questo la mia musica, almeno così come puoi ascoltarla nei miei CD, non è tecnicamente riproducibile dal vivo. Per farlo l’unico “espediente” sarebbe quello di “ingannare” il pubblico, magari presentandomi con un laptop e mandando in esecuzione una “massiccia” base preregistrata, aggiungendo effettivamente dal vivo (tramite synth, chitarra elettrica o quant’altro…) un contributo sonoro “attivo” davvero marginale rispetto alla “massa sonora” riprodotta “passivamente” dal computer. Per questione di onestà e correttezza non è una cosa che mi sento di fare… sarebbe poco più che un banale “playback”…
Per questo le mie rarissime esibizioni dal vivo sono sempre state in formazione con altri amici-musicisti, per proporre un musica un po’ diversa, realizzata in gruppo, concepita e composta espressamente per essere “onestamente” proposta dal vivo.

IVO: Quanti e quali tipi di strumenti/macchine utilizzi? E quale quello al quale ricorri con più piacere e che ti da maggiori soddisfazioni?

GIUSEPPE: Utilizzo un po’ di tutto… Oltre al computer e alcuni “fidi” software che sono da sempre il “fulcro” della mia musica, utilizzo sintetizzatori e sequencers (software e hardware, seppure molto meno di quanto si possa immaginare), effetti, chitarra elettrica e acustica, una miriade di strumenti etnici a corda, a fiato e a percussione da cui estraggo molti dei suoni presenti sui miei CD (ovviamente rielaborati di volta in volta nel modo più opportuno), ultimamente mi “diletto” un po’ con il violino, e spesso amo registrare suoni e rumori ambientali che poi integro in vario modo nelle mie composizioni.
Difficile dire quale strumento/macchina utilizzo con più piacere. Andando continuamente alla ricerca di nuovi suoni e nuove soluzioni mi “infatuo” periodicamente di questo o quell’ “oggetto sonoro”, e per un certo periodo lo pongo inevitabilmente al centro delle mie sperimentazioni (e delle mie registrazioni ovviamente). Poi con il tempo qualcosa di “nuovo” inevitabilmente va a sostituirlo… ma non c’è nulla che io abbandoni in modo definitivo, e quindi con il passare del tempo il mio “bagaglio” di sonorità e possibilità si amplia sempre di più.

IVO: Prendendo in esame i tuoi ultimi tre lavori pubblicati (This Crying Era, Altered Nights e Under Mournful Horizons) possiamo notare tre traiettorie completamente differenti, potresti lasciarci, anche in maniera sintetica, un pensiero per ognuno di questi lavori?

GIUSEPPE: L’ LP “This Crying Era” uscito per Synästhesie Schallplatten (e ringrazio subito Matéo Montero che mi ha offerto la possibilità di pubblicarlo portando a termine l’operazione in tempi brevissimi e con grande professionalità) è una specie di raccolta di brani in un certo senso “orfani”, ma non per questo “minori”. Salvo la title track composta per l’occasione, e un brano estratto dal mio split CD “Together’s Symphony” insieme a Maurizio Bianchi, tutti gli altri brani erano stati composti per compilations uscite soltanto su CD-R, in formato mp3, o talvolta (come quella che doveva includere il brano “The Thanandar’s Room) mai pubblicate. L’opportunità di raccogliere questi brani in modo organico, rimasterizzarli e pubblicarli su vinile mi è parsa davvero straordinaria, cosicché ho potuto finalmente offrire una “dignitosa” collocazione e una maggiore visibilità a tracce cui comunque tenevo molto ma che fino alla pubblicazione di “This Crying Era” avevano avuto la “sfortuna” di non essere mai state incluse nei miei CD. Queste tracce rappresentano molto bene la “faccia” più oscura e introspettiva della musica di Nimh degli ultimi dieci anni. Mi fa piacere ringraziare anche Philippe Blache/Day Before Us per avermi consentito di usare nella title track un campionamento di pianoforte estratto da alcune sue registrazioni.
Il doppio CD “Altered Nights” pubblicato dalla statunitense Malignant, è il terzo “capitolo” degli Hall of Mirrors, formazione che vede me e Andrea Marutti in forma stabile alla guida del progetto, affiancati da collaboratori
“occasionali” che selezioniamo di volta in volta per ogni CD che realizziamo. Composto e registrato fianco a fianco in pieno isolamento in uno sperduto paesino di poche anime in Abruzzo, come anche gli altri nostri due CD precedenti (tre a dire il vero se consideriamo anche “Sator” uscito a nome Amon/Nimh) “Altered Nights” propone atmosfere oscure di tipo dark-ambient-rituale con abbondanti inserti di sonorità più distorte e aggressive di matrice più prettamente industrial.
Abbiamo già ricevuto moltissimi ottimi feedback per questo lavoro, seppure è uscito soltanto pochi mesi fa, e credo rappresenti il perfetto punto di incontro tra le diverse “personalità musicali” di Nimh e di Andrea Marutti.
“Under Mournful Horizons”, CD collaborativo uscito solo pochissimi giorni fa per l’etichetta polacca Rage in Eden, nasce, oltre che dalla mia ormai pluriennale e consolidata amicizia con Philippe Blache, alias Day Before Us, dal desiderio di unire in un progetto comune le nostre diverse esperienze musicali. Philippe disponeva infatti di un archivio di toccanti improvvisazioni al pianoforte che però non aveva mai elaborato a fondo né sfruttato in modo “organico” e “compiuto”. Dopo averlo “spronato” per lungo tempo gli ho quindi proposto di affidare a me il compito di utilizzare parte di quelle registrazioni per realizzare un CD collaborativo che unisse ai suoi fantastici, ma ancora frammentari spunti musicali, le mie più articolate ed eterogenee trame sonore, sfruttando ovviamente anche tutta la mia esperienza e le tecniche da me messe a punto in tanti anni di attività musicale. Il risultato finale è parso splendido a entrambi, grazie anche al contributo di Oana Marchis, che ci ha fornito le suggestive foto utilizzate per le grafiche, e a Marcin Bachtiak che a tempo di record (meno di sei mesi dall’invio del demo) ha pubblicato il CD.

IVO: Ora vorremmo ci illustrassi i tuoi progetti in cantiere e/o futuri.

GIUSEPPE: Entro qualche mese, salvo contrattempi, dovrebbe uscire il mio nuovo CD solista come Nimh dal titolo “Black Silences”, per l’etichetta israeliana “Tophet Prophet”. E’ un lavoro completamente diverso da tutti i miei album precedenti, in quanto è basato quasi esclusivamente su melodie/suoni/feedbacks di chitarra elettrica molto distorta, aggiunti di altri “disturbi”, voci, drones di origine sintetica e non.
Nel frattempo sto lavorando, come già accennato all’inizio dell’intervista, ad un nuovo CD collaborativo con Davide Del Col/Antikatechon.
Per il resto tante idee personali, oltre che tante proposte collaborative, ma per il momento ancora nulla di definito…
Tra queste ultime, consentimi di aggiungere, dovrò con grande rammarico cancellare definitivamente l’ipotesi di un nuovo album collaborativo Nimh/Mauthausen Orchestra che mi era stata suggerita dal mio caro amico Pierpaolo Zoppo, inaspettatamente e prematuramente scomparso a giugno scorso.
Non sapevo che non avrebbe avuto ancora tanto tempo davanti a sé… e preso da tanti impegni avevo chiesto a Pierpaolo di rimandare questa collaborazione a momenti futuri un po’ meno frenetici…
Purtroppo il tempo non è stato dalla nostra parte…

IVO: Ora una domanda che è un po’ il rito di chiusura, qual è il disco che hai ascoltato più volte nella tua vita? Voglio un solo nome, quello che semplicemente è finito più volte nel tuo lettore e perché.

GIUSEPPE: Parlando dei miei interi quarantasette anni di vita, e dovendo necessariamente indicare un solo titolo, probabilmente ti “deluderò” indicando un LP completamente al di fuori dell’area elettronico-sperimentale, che da ragazzo ho letteralmente “divorato” consumando i solchi del vinile. Parlo di “Avalon” dei Roxy Music.
Perchè? Perché è semplicemente un capolavoro pop, per tecnica, raffinatezza, idee, e capacità di emozionare…
Consentimi però di “trasgredire” all’imperativo di indicare un solo titolo in assoluto, e citarne almeno un altro paio tra quelli che ho ascoltato di più negli ultimi venti anni. Si tratta di “On Land” di Brian Eno e “Mirage” di Klaus Schulze, entrambi capolavori, e storici precursori di quanto avremmo ascoltato negli anni a seguire, e di quanto probabilmente ancora ascolteremo negli anni a venire…


 

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