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[ Interviste / Interviews ]

Intervista a GIUSEPPE VERTICCHIO/NIMH, a cura di Jacopo Fanò.
Rilasciata per il libro “Neurohabitat - Avanguardie e Avanguardisti”, Giugno 2014.

JACOPO: Allora, mi piacerebbe cominciare questa breve intervista con una domanda piuttosto ampia. Qual è il significato che attribuisci allo sperimentare all’interno della tua vita, anche non artistica?

GIUSEPPE: Debbo dire che mi riesce molto difficile scindere le due cose, giacché ormai da moltissimi anni la mia vita quotidiana e la mia attività artistica e musicale intesa in senso lato, sono strettamente intrecciate e “viaggiano” in assoluta e inscindibile simbiosi. La mia vita “artistica” semplicemente “è” la mia vita, seppure ovviamente oltre a passare il mio tempo dietro agli strumenti faccio cose “normalissime”, come lavorare (spesso sempre in ambiti attigui alla musica…), andare in vacanza, vedere amici, leggere libri, vedere film…
Parlando nello specifico di “sperimentazione” sicuramente nella mia vita “ordinaria” non ho l’attitudine a “sperimentare” situazioni “estreme”… nel senso, tanto per intenderci, che non mi interessa lanciarmi con il paracadute o cavalcare onde mastodontiche sulla tavola da surf, oppure in senso generale affrontare particolari situazioni di rischio, di disagio, di sfida, di competizione; penso piuttosto che la mentalità, purtroppo molto diffusa, volta all’esaltazione del rischio, dello spirito di sfida, di contesa, di antagonismo e di competizione ad ogni costo e in ogni ambito della vita, sia all’origine di gran parte dei mali delle attuali società “civili”.
Nonostante tutto nelle mie ordinarie attività quotidiane sarà difficile vedermi in compagnia di persone veramente “ordinarie”, leggere un libro che è un “best seller”, vedere un film che è campione d' incassi ai botteghini (molti film che amo di solito non sono distribuiti nelle sale, e a volte neanche doppiati in italiano), o leggere un libro che puoi trovare in vetrina in tutte le librerie (fanno eccezione i libri di Terzani, che però iniziai a leggere e apprezzare prima della sua scomparsa e molto prima che diventasse un fenomeno “di moda”).
E questo non perché per presunzione o presunte velleità intellettuali io vada in modo sistematico, “ponderato” e “strategico” a ricercare “stranezze” … ma semplicemente perché in modo istintivo, sincero e “genuino” sono attratto da situazioni che, mio malgrado, sono solitamente al di fuori dell’ “ordinario”…
Sicuramente vivrei meglio e sarebbe tutto molto più facile se mi accontentassi di passare il tempo libero vedendo ottuse partite di calcio, inconcludenti e mistificatorie trasmissioni politiche o la millesima puntata di un demenziale serial in TV... ma “purtroppo” non sono cose che, istintivamente, suscitano il mio interesse e la mia curiosità..

JACOPO: I tuoi lavori riflettono una cura certosina del particolare, rifuggendo forse uno spontaneismo, che al contrario, molti tuoi “colleghi” vedono come l’unica fonte di pura creatività. Quindi, ti chiedo…come si svolge una tua sessione di registrazione? Parti da una semplice sensazione oppure hai già una “struttura”, una costruzione da voler ultimare?

GIUSEPPE: In realtà è tutto molto diverso da come si potrebbe immaginare osservando la cura oggettivamente un po’ “maniacale” con cui tendo a mettere a punto i miei CD.
Infatti le parti più “caratterizzanti” o comunque “portanti” dei miei brani nascono solitamente da sessioni di registrazione improvvisate e assolutamente spontanee (che si tratti di parti di chitarra, di sintetizzatori, di strumenti etnici…), al di fuori di un preciso “programma” o di piani preordinati sul “come” tale materiale potrebbe essere poi concretamente utilizzato.
E’ solo in un momento successivo che tali parti prendono in qualche modo la forma di veri e propri “brani”, lavorando in modo tecnicamente “rigoroso” (ma artisticamente ed emotivamente molto istintivo) alla struttura, all’elaborazione e al missaggio con altre parti (talvolta preregistrate, talvolta no…) per ottenere un risultato finale che, pur estremamente curato dal punto di vista tecnico, della qualità del suono, dei dettagli e delle sfumature, conservi in qualche modo anche l’immediatezza e la “spontaneità” delle parti originali su cui, passo dopo passo, sono andato a realizzare una composizione molto più complessa e articolata.
Questa “via intermedia” credo sia, almeno per me, la formula “giusta” che mi consente di evitare l’eccessiva “approssimazione” e le inevitabili lacune tecniche di un approccio alla musica esclusivamente improvvisato, ma che al tempo stesso rifugge dalla “freddezza” del “calcolo” portato all’estremo, laddove all’opposto si sacrifica in modo importante la spontaneità e l’istinto per realizzare musica molto “patinata” e tecnicamente perfetta ma spesso priva di “anima”.

JACOPO: Ascoltando il tuo catalogo ho notato con estremo piacere una componente etnica. Da dove proviene questo interesse verso realtà sconosciute alla maggior parte degli occidentali? Credi ci sia una corrispondenza tra le filosofie delle popolazioni asiatiche e il drone, al di là del raga indiano. Intendo, pensi che il motivo per cui numerosi musicisti si dedicano allo studio di una spiritualità completamente diversa, tuttavia affine al genere di provenienza, sia proprio una ricerca di un legame con una visione dell’universo che giudicano meglio adatta ad inserirsi nel loro processo creativo?

GIUSEPPE: Per quanto riguarda gli strumenti etnici (negli anni ne ho acquistati e collezionati molti) e la musica etnica più in generale, sono state due circostanze diverse e parallele a far maturare in me, già molti anni fa, questo specifico interesse.
Da una parte l’aver prima conosciuto (attraverso gli album di Steve Roach) e poi aver acquistato e imparato a suonare il didjeridoo, un antico strumento australiano dalle sonorità straordinarie e molto particolari che attualmente è possibile trovare ovunque ma che all’epoca era quasi sconosciuto al mondo occidentale, nonché di difficilissima reperibilità.
D’altra parte invece la mia passione per l’oriente e per la Thailandia più in particolare, dove ho spesso viaggiato e dove, nel 1996, ho anche vissuto per un anno. Ed è evidente che il mio istintivo interesse verso ciò che è “sonoro” non poteva non rimanere influenzato da tutto quello che, in ambito musicale, ho avuto modo di ascoltare, vedere e conoscere durante i miei viaggi e la mia permanenza in Thailandia.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, non saprei dire se c’è effettivamente una corrispondenza diretta tra le filosofie delle popolazioni asiatiche e il drone.
Seppure alcuni aspetti potrebbero indurre a tale conclusione, non c’è da scordare che osservando la vita quotidiana della maggior parte delle popolazioni asiatiche ci si rende conto che per molti aspetti essa non differisce troppo dalla nostra. Non ci si interessa più di tanto di filosofia, e si ascolta prevalentemente musica pop, o comunque commerciale e “di consumo”, e inoltre un qualsiasi thailandese, cinese, vietnamita o giapponese “medio” non troverebbe più “accattivante” una composizione “drone based” rispetto all’ultima canzone dell’artista Pop di turno, che sia una popstar “locale” o internazionale.
Ovviamente le filosofie orientali e la vita quotidiana degli orientali sono cosa diversa… ma rimarcavo questo aspetto per sottolineare che molto spesso, in occidente, si tende a “leggere” l’oriente più sulla base di consolidati, e spesso inesatti stereotipi, che non sulla reale conoscenza e sulla oggettiva realtà dei fatti.
Filosofia, cultura, storia, spiritualità e arti musicali sono realtà spesso profondamente intrecciate tra loro, ed è evidente che laddove per motivi storici, culturali e geografici, si sviluppino determinate e specifiche attitudini e “sensibilità”, queste vanno conseguentemente ad influenzare tutto ciò che ad esse è in vario modo e varia misura correlato.
Se quindi, almeno in alcuni casi, credo sia possibile stabilire se non una corrispondenza esatta quanto meno una certa “interdipendenza” tra lo sviluppo di alcune filosofie orientali (ma non solo orientali) e alcuni meccanismi e fenomeni acustico-musicali-uditivi, tra i quali il drone rappresenta senz’altro un aspetto particolarmente significativo, sarebbe però troppo semplice, o meglio semplicistico, voler stabilire in modo assoluto una relazione perfetta, “geometrica” e incondizionata tra tali elementi.
Quanto alle dinamiche che possono spingere alcuni musicisti ad avvicinarsi a forme diverse di spiritualità, e quanto questo possa dipendere dalla necessità di ricondurre sostanzialmente ad un unico e più coerente “binario“ le proprie visioni, le proprie esigenze creative, etiche e spirituali, posso solo dire che ci sono sempre due elementi fondamentali a determinare i vari percorsi che si sceglie di intraprendere nel corso della vita. Il primo è un “input” esterno, che in modo più o meno casuale può metterci per la prima volta in contatto con qualcosa di nuovo; il secondo è la nostra sensibilità individuale, che a fronte di un qualsiasi “input” esterno ci induce a reagire con interesse, disinteresse, curiosità, indifferenza, o, molte volte, a non “cogliere” affatto in modo conscio il “messaggio” dell’input stesso.
Probabilmente il maturato interesse da parte di alcuni artisti per lo studio di spiritualità “altre” è “semplicemente” frutto di particolari combinazioni di “input” e relative “reazioni” individuali che, in qualche modo, hanno determinato l’intima esigenza di intraprendere quel determinato percorso.

JACOPO: Sei un autodidatta completo?

GIUSEPPE: Direi proprio di sì… assolutamente autodidatta.

JACOPO: Analogico o digitale? Lo chiedo spesso. Ed ancora, quanto reputi importante la tecnologia (qualunque essa sia) nel plasmare la tua musica? Hai sempre tu il sopravvento sul mezzo “inanimato” o, saltuariamente, ti fai trasportare dalla casualità prodotta dalla macchina?

GIUSEPPE: Analogico o digitale? Nella produzione di musica, per quanto riguarda la strumentazione le due cose non sono affatto in contrapposizione, ma sono piuttosto complementari, in quanto l’una può integrare l’altra a seconda delle specifiche esigenze del momento.
Ovviamente non andrei mai a raccogliere field recordings con fruscianti registratori a nastro quando posso disporre di ottimi e versatili registratori portatili digitali di altissima qualità, e non mi cimenterei mai nel missaggio audio dei miei brani attraverso apparecchi che siano diversi dal mio PC e dal mio software preferito, ma tutto questo mi sembra abbastanza logico e scontato.
In fatto di ascolto di musica e supporti audio rispondo invece “digitale” e “CD” senza alcun dubbio, giacché davanti alla possibilità di una riproduzione pressoché perfetta, garantita anche attraverso un modesto lettore CD collegato a un sistema di amplificazione e diffusione di una certa qualità, non esiste alcuna ragione logica, anche dal punto di vista tecnico, per preferire obsoleti supporti analogici come il vinile, che per sua natura intrinseca disturba e talvolta “violenta” letteralmente la musica riprodotta attraverso l’aggiunta di indesiderate, fastidiose e randomiche “informazioni sonore” in forma di tic, toc, rumori di fondo, scricchiolii e crepitii vari.
Sia nella veste di “comune” fruitore di musica, sia in quella di autore che peraltro spesso realizza masters per conto di altri artisti e che quindi cura sempre in modo meticoloso la qualità del suono, non posso ovviamente accettare, né comunque preferire, un tipo di supporto come il vinile che per le sue caratteristiche spesso vanifica, quantomeno “mortifica”, ampia parte del minuzioso e impegnativo lavoro di messa a punto del suono di un album, operato prima dall’artista, e successivamente da chi si è occupato del lavoro finale di mastering.
Sono nato e cresciuto con il vinile, e, tanto per fare un esempio, ancora ricordo bene il senso di frustrazione che provai tanti anni fa quando comprai l’LP “Apollo” di Brian Eno, ascoltando il quale, anche appena estratto dal cellophane, si percepivano più distintamente i rumori del vinile che non il “vero” contenuto musicale. Senso di “frustrazione” che da giovane mi ha accompagnato per molti anni, ogni volta che acquistavo un vinile che non contenesse soltanto “esuberanti” e “rumorose” progressioni rock o pop.
Nel 1990 acquistai il mio primo (allora quasi “miracoloso”) lettore CD Marantz, e da allora non ho mai più voluto acquistare un vinile, seppure nel 2012 ho comunque accettato (per il piacere di qualche nostalgico collezionista) di far pubblicare un mio album (“This Crying Era”) su questo tipo di supporto.
Quanto alla tecnologia… sì, sicuramente è molto importante nel genere di musica che propongo, e talvolta mi piace anche lasciarmi “trasportare” dalle derive pseudo-casuali che i mezzi elettronici e tecnologici talora “favoriscono”.
Questo però senza mai farmi “prendere la mano”, e senza perdere di vista l’obiettivo finale che sto cercando di perseguire. Cerco insomma di utilizzare le tecnologie in modo abbastanza creativo e “misurato”, sfruttandone le innumerevoli possibilità ma senza perdere il controllo della situazione.

JACOPO: Nella tua scala di priorità, è l’impatto emotivo a venire al primo posto oppure no?

GIUSEPPE: Senza alcun dubbio è un elemento “cardine”, seppure molti altri elementi concorrono ovviamente a rendere più o meno “efficace” e suggestiva la musica stessa .
Pur essendo attivo da molti anni nell’ambito di musiche “di confine”, personalmente non amo certa sperimentazione sterile, spesso troppo autocompiacente e fine a sé stessa; così come rifuggo da estreme derive concettuali, pretenziose elucubrazioni mentali e “forzature” pseudo-intellettuali che spesso pretenderebbero di aggiungere valore a proposte musicali di fatto assolutamente inconsistenti dal punto di vista artistico ed emotivo.
La musica, qualsiasi genere di musica, deve fondamentalmente “emozionare”. Che si tratti di musica leggera, Rock, Punk, Industrial, Power Electronics, Pop, Ambient, Techno, Elettronica, Sperimentale… l’obiettivo è, o meglio dovrebbe essere, quello di “toccare” le corde della sensibilità di chi ascolta e suscitare delle emozioni.
Emozioni più o meno “intense”, e anche molto diverse ovviamente… sollecitate attraverso diverse “formule” (sonore, compositive…), utilizzando diversi mezzi espressivi... ma l’obiettivo fondamentale rimane sempre quello di “colpire” ed “emozionare” l’ascoltatore.
Una musica che sia priva di impatto emotivo manca evidentemente l’obiettivo primario per cui la musica stessa dovrebbe essere ragionevolmente concepita e logicamente ascoltata.

JACOPO: Come sei entrato in contatto per la prima volta con la scena sperimentale, ambient…etc?

GIUSEPPE: E’ stato un percorso lungo e progressivo. Il primo “input” comunque, tornando al mio discorso di poco fa, è stato l’aver casualmente ricevuto in regalo da un insegnante di zootecnia una copia su nastro dell’album “Timewind” di Klaus Schulze, in un momento della mia vita in cui ero già attratto da sonorità elettroniche, ma in un ambito sicuramente molto più ”Pop”, per così dire.
Quell’album, che in realtà trovai poco interessante al primo ascolto, ma che invece mi “folgorò” letteralmente ad un ascolto successivo, mi dischiuse una nuova porta, oltrepassata la quale ho poi potuto scoprire progressivamente un universo infinito di sonorità che fino ad allora non avrei neanche potuto immaginare.

JACOPO: Le tue principali influenze, anche non solo limitate al campo musicale.

GIUSEPPE: Innumerevoli… soprattutto se considero anche quelle del passato più remoto. Partendo da quelle musicali, in ordine un po’ sparso e certo di dimenticarne qualcuna, direi Klaus Schulze, Brian Eno, Steve Roach, Laszlo Hortobágyi, Rüdiger Lorenz, Thomas Köner, Brett Smith (Caul), Robin Storey (Rapoon), Jorge Reyes, Stephan Micus, Deep Listening Band (Pauline Oliveros, Stuart Dempster, Panaiotis) Maurizio Bianchi, Mauthausen Orchestra, Henrik Nordvargr Björkk, Varg Vikernes (Burzum), Hammock, ma anche Bryan Ferry (Roxy Music), Robert Smith (The Cure), Midge Ure (Ultravox), Ian Anderson (Jethro Tull), Mark Knopfler (Dire Straits), Bob Dylan… e ovviamente la musica etnica in generale, e molta musica orientale classica e tradizionale.
Poi letteratura… e mi vengono in mente molti libri, in particolare di Colin Thubron e il già citato Tiziano Terzani, ma anche di altri autori come Rory Stewart, Paul Theroux, Sergio Ramazzotti, Corrado Ruggeri, Mario Biondi, Harvey Arden, Piero Verni, François Bizot, Eric Hansen, Heinrich Harrer, Ong Thong Hœung, Lawerence Osborne, Santiago Gamboa, Pira Sudham, Vikram Seth, Luis Devin, Ian Baker, Giorgio Bettinelli…
Cinema… generalizzando un po’ per necessità di sintesi posso dire che amo molto il cinema iraniano, un certo tipo di cinema mongolo, il cinema francese; tra i registi italiani quello che in tanti anni mi ha sicuramente emozionato di più è Pupi Avati.
Infine, in ordine sempre più sparso, liberi pensatori come Tenzin Gyatso; pittori quali Xavier Bueno e Antonio Pedretti; Hugo Pratt con il suo fumetto Corto Maltese; l’oriente in generale, con particolare riferimento a Tibet, Thailandia, Cina, Vietnam, Cambogia, Mongolia; l’Australia e la cultura aborigena australiana, i pigmei d’Africa; tutti gli strumenti musicali da ogni parte del mondo… E ancora, più banalmente, il mare, la montagna, e ogni ambiente/paesaggio naturale o di interesse storico/archeologico che non sia già “vittima” del turismo di massa.

JACOPO: Che ruolo giocano le collaborazioni nella tua attività?

GIUSEPPE: Sicuramente importante. Tutte le mie collaborazioni sono nate in modo molto naturale, e quasi sempre all’interno delle mie ordinarie amicizie con artisti attivi nella mia medesima area musicale. Così quelle più recenti con Davide Del Col/Antikatechon e Andrea Marutti/Amon (entrambi amici di vecchia data), quella con Philippe Blache/Day Before Us (altro caro amico ormai da diversi anni), quelle con Maurizio Bianchi, Stefano Gentile, Gianluca Favaron, Pierpaolo Zoppo/Mauthausen Orchestra (altro caro amico scomparso purtroppo troppo presto…) o quelle meno recenti con Giulio Biaggi/Nefelheim (mio cugino), con l’iraniano Amir Baghiri, o con Claudio Ricciardi (ex componente della storica formazione di canto armonico Prima Materia, un vero pioniere e un altro carissimo amico con cui ho condiviso diverse esperienze musicali, tra cui una della rare performances dal vivo che mi hanno visto partecipe).
Le collaborazioni mi consentono solitamente di esplorare nuove possibilità, di sperimentare nuove soluzioni, e di disporre ed utilizzare suoni che non appartengono ai miei “abituali” (per quanto già molto vasti) “archivi” di suoni. Parlando delle collaborazioni degli ultimi anni debbo aggiungere che eccettuando i CD in collaborazione con Andrea Marutti (i tre CD a nome “Hall of Mirrors” e “Sator”) per realizzare i quali abbiamo sempre lavorato fianco a fianco, e il “rework “ del mio CD originale ”The Missing Tapes” ad opera di Akifumi Nakajima/Aube (grande artista purtroppo recentemente scomparso anche lui), in tutte le altre occasioni il ruolo di “regista” è sempre stato affidato a me, e quindi il poter disporre in modo assolutamente libero e creativo di parti preregistrate dai miei collaboratori, da poter elaborare, trattare, miscelare e integrare con altre parti registrate da me, è sempre un’esperienza molto stimolante, piacevole, nonché molto divertente e gratificante.

JACOPO: Un pensiero veloce riguardo a: Maurizio Bianchi, Pierpaolo Zoppo, Sigillum S, e se vuoi, Atrax Morgue

GIUSEPPE: Onestamente conosco davvero poco Atrax Morgue e Sigillum S, e quindi non “azzardo” a riguardo improvvisate analisi o improbabili giudizi.
Quanto a Maurizio Bianchi, che conosco di persona e con il quale ho realizzato anni fa il cofanetto collaborativo di 4 CD “Together’s Symphony” uscito per Silentes, posso dire che è un artista “monumentale” ed inarrivabile… Un personaggio “chiave” della storia della musica sperimentale internazionale degli ultimi quarant’anni. Si discuterà molto della sua “sterminata” e non sempre di costante livello discografia, ma al di là di questo e di ogni considerazione troppo specifica rimane il fatto che Maurizio Bianchi è uno dei pochi artisti italiani il cui nome, a merito, rimarrà per sempre nella storia della musica sperimentale e d’avanguardia.
Quanto a Pierpaolo Zoppo/Mauthausen Orchestra, per me un carissimo amico con cui sono stato molto in contatto prima della sua scomparsa, voglio ricordare le sue impareggiabili qualità umane prima ancora di quelle artistiche. Una persona di una cortesia e sensibilità davvero rara, un vero “gentiluomo d’altri tempi”. Sono sinceramente orgoglioso e onorato di aver potuto godere della sua stima e della sua amicizia, di aver avuto occasione di collaborare con lui dal punto di vista artistico realizzando nel 2009 il CD collaborativo “From Unhealty Places”, nonché di aver curato il lavoro di mastering di diversi suoi album pubblicati negli ultimi anni. Il grande affetto che ho provato per lui, unitamente al dolore ancora molto vivo per la sua scomparsa, mi rende un po’ difficile poter esprimere un giudizio imparziale in merito al suo lascito prettamente artistico. Credo però di poter dire che il suo antico coraggio e la sua giovanile esuberante e a volte impulsiva passione, uniti ad un’onestà intellettuale senza pari che ha maturato e conservato negli anni, ne hanno fatto un artista unico, e irripetibile… Sicuramente non facile da comprendere, ma è destino comune a tanti geni quello di non essere facilmente, immediatamente, e massivamente compresi.

JACOPO: A tuo parere, qual è il tratto fondamentale che qualcuno interessato ad approfondire la scena dovrebbe possedere? Data per scontata la curiosità intellettuale!

GIUSEPPE: Una particolare apertura mentale, una spiccata sensibilità, e una certa naturale predisposizione a trovare nel “suono” e nel “timbro”, prima ancora che nella melodia o nel ritmo, la “chiave di lettura” di un determinato “messaggio sonoro”.
E nell’attuale, ormai anche fin troppo vasta proposta di musiche per così dire “sperimentali”, è di grande aiuto un’istintiva capacità di analisi per riuscire a “cogliere” dove regna effettivamente un reale spirito di ricerca, dove è c’è qualcosa di veramente valido, “solido”, ambizioso e “genuino”, e dove invece domina una certa superficialità e “rilassatezza”, per così dire, un’anonima e poco lungimirante riproposizione all’infinito di schemi/soluzioni/sonorità già ipercollaudate, usate, strausate, talora addirittura abusate.

JACOPO: Domanda da sociologo: com’è essere un musicista in Italia?

GIUSEPPE: La vera questione, mi viene da dire, non è tanto “essere un musicista in Italia”, quanto piuttosto, molto più genericamente, “essere in Italia”.
Essere musicista in Italia non è infatti così diverso dall’essere un insegnante, o un impiegato, un medico, un operaio, un negoziante, un imprenditore, uno studente, un pensionato “in Italia”.
Purtroppo al di là di mestieri, dei ruoli o delle categorie, c’è da dire che l’Italia ormai è evidentemente un paese in via di sottosviluppo, abitato da persone che in gran parte dei casi non sono in grado di pensare “in proprio”, non imparano dall’esperienza... quasi dei “burattini” nelle mani di politici, giornalisti, mistificatori, santoni e imbonitori di turno.
Ad aggravare la situazione c’è poi l’esplosione demografica, e quindi il fatto che l’Italia è un paese ormai pericolosamente sovrappopolato, peraltro passivamente alla mercé della colonizzazione incontrollata ad opera di masse provenienti prevalentemente dall’Africa e dall’Europa dell’est, ma anche dal medio ed estremo oriente e da alcuni paesi del sud America, in grado di condizionarci imponendo progressivamente i propri modelli culturali e sociali, spesso in antitesi con le nostre tradizioni, i nostri valori, e soprattutto con le nostre conquiste sociali e culturali faticosamente conquistate in decenni di battaglie politiche e popolari.
Conquiste ormai ampiamente compromesse, regredite, vanificate dai nuovi modelli sociali, culturali, economici che stiamo passivamente importando, tollerando, e via via persino “adottando”. Basti pensare alle “normali” condizioni di lavoro, abitative, sociali o alla condizione delle donne in alcuni paesi delle aree geografiche sopra menzionate.
Ho parlato di donne, e faccio un esempio tanto banale quanto emblematico. Qualche decennio fa per le donne italiane fu una conquista persino l’avvento della minigonna, e il poter prendere il sole in spiaggia in topless; apparentemente piccole “conquiste”, in realtà significative rivoluzioni culturali e di costume simboleggianti un innegabile desiderio di libertà ed emancipazione, intellettuale prima ancora che sessuale.
Attualmente invece sembrerebbe che una delle più auspicate “conquiste sociali” per le donne che vivono in Italia sia quella di consentire di indossare il velo (chador, niqab, ma arriverà anche il burqa) sempre, ovunque e incondizionatamente.
Al di là della questione in sé stessa, magari di scarsa rilevanza, è comunque evidente che in pochi anni sono state messe in atto pesanti politiche di sgretolamento culturale, di mistificazione della realtà, di disinformazione diffusa, di sistematico indottrinamento, nonché ovviamente politiche di carattere prettamente legislativo, orientate ad un vero e proprio stravolgimento (meglio regressione) culturale, favorendo ed esaltando, in nome di presunti valori morali ed ottuse forme ideologiche, una sorta di neo oscurantismo, che sta irreparabilmente logorando quanto di buono, dal punto di vista sociale, culturale, politico, economico, ed anche artistico se vogliamo, era stato costruito negli ultimi decenni in Italia.
Non volendo divagare ulteriormente, per tornare alla domanda di origine (com’è essere un musicista in Italia) e volendo darti una risposta un po’ più “diretta”, se non fosse che da tempo mi sono rassegnato e ho smesso di stupirmi di quello che vedo quotidianamente intorno a me, il primo termine che mi viene in mente è “sconsolante”… ma ormai ho imparato a vedere molte cose con il distacco necessario a non farmi coinvolgere più di tanto, e a conservare più o meno intatta la mia vitalità, i miei interessi, la mia curiosità, e la mia voglia di andare “oltre”, con il pensiero e con la musica, anche quando, francamente, non vedo nessuna buona prospettiva per il futuro.

JACOPO: I tuoi album hanno un particolare “ambiente” fisico in cui andrebbero assaporati?

GIUSEPPE: Istintivamente tenderei a dire che l’ambiente fisico più adatto per ascoltare la mia musica è semplicemente quello preferito dall’ascoltatore.
In assenza di particolari preferenze suggerirei un ascolto in condizioni di massima tranquillità e rilassatezza, anche nel salotto di casa, comodamente seduti su una poltrona, attraverso un impianto stereo di buona qualità.
Sconsiglio in linea di massima un ascolto in cuffia in quanto la musica riprodotta attraverso tale strumento, per quanto più “impattante”, risulta comunque poco naturale, restituisce una separazione stereo esasperata, ed è in ogni caso meno corrispondente a quanto da me “concepito” nella realizzazione della musica stessa e nella successiva messa a punto del master.
Ovviamente se qualcuno ha piacere di ascoltare un mio CD nella suggestiva atmosfera di una spiaggia deserta al calar del sole quando la luce inizia a tingersi di rosso… ben venga una cuffia, un riproduttore digitale portatile, e al limite, se necessario, anche una compressione in formato file MP3 dei brani da ascoltare.

JACOPO: Come riesci a conciliare la potenza espressiva, che scuote l’equilibrio psichico dell’ascoltatore attento, con la staticità delle frequenze?

GIUSEPPE: Personalmente credo che sia proprio l’effetto del “contrasto”, laddove regni una “regia” accurata ed efficace in merito alla struttura, alle progressioni, alla scelta dei suoni, delle frequenze, alla loro alternanza e stratificazione, a rendere la musica effettivamente efficace ed emotivamente impattante.
Un drone statico tirato avanti per un’ora inevitabilmente alla fina annoia, per quanto magari ci si sforzi di arricchirlo attraverso minimali variazioni e sfumature. Allo stesso modo una devastante e rumorosa massa sonora in “pesante” stile power electronics è sicuramente in grado di “colpire” e tenerci col fiato sospeso per alcuni minuti… ma se dopo un po’ non cambia qualcosa inevitabilmente subentra l’assuefazione al rumore, l’ascolto diventa “stancante”, l’effetto “sorpresa” sparisce, l’attenzione viene meno, e con essa il piacere dell’ascolto.
Un’alternanza ben “combinata” tra atmosfere più o meno statiche e "drone oriented" con momenti di maggiore dinamicità e impatto sonoro consente di mantenere più costante il livello dell’attenzione, la “curiosità” per quello che verrà dopo, e aiuta anche “fisiologicamente” l’orecchio a “sopportare” una lunga esposizione agli stimoli sonori, evitando pressioni prolungate su determinate frequenze o ad alti livelli di volume.
Il “contrasto”, inteso in termini di dinamiche nello sviluppo temporale di una musica, in termini di gamma di timbri e sonorità utilizzate, in termini di contemporanea sollecitazione sulle varie frequenze dello spettro sonoro, in termini di collocazione dei suoni per quanto riguarda il bilanciamento nel panorama stereo, in termini di taratura dei singoli volumi di diversi suoni che vanno in esecuzione contemporaneamente, è uno degli elementi assolutamente fondamentali da tenere in considerazione per ottenere un risultato finale davvero soddisfacente e “impattante”, non solo dal punto di vista prettamente emotivo, che è sicuramente il più importante, ma anche da quello squisitamente “tecnico” per quanto riguarda la qualità del suono.
Per concludere, in modo molto più generale, direi che la “potenza espressiva” e “la staticità” non sono altro che due tra gli infiniti elementi che possono concorrere alla realizzazione di quella “cosa” in realtà così indecifrabile, intangibile, imperscrutabile e “misteriosa” che è la “Musica”, un mistero che, in modo, forma e misura diversa, accompagna, stimola e affascina l’uomo probabilmente già dalle sue origini sulla Terra.

 

 

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