[ Interviste / Interviews ]

 

Intervista a LHAM (Giuseppe Verticchio e Bruno De Angelis) a cura di Lorenzo Becciani.
Pubblicata su Suffisso Core, Dicembre 2021.

 

LORENZO: In carriera hai pubblicato decine di dischi. Come ti approcci ogni volta che devi iniziare un nuovo processo compositivo? Segui una visione precisa oppure ti fai guidare dall’ispirazione?

GIUSEPPE: Solitamente nel tempo raccolgo un po’ di idee, spunti, nonché registrazioni e semplici “abbozzi” di tracce sul PC, di genere abbastanza omogeneo tra loro.
Poi a un certo punto inizio a focalizzare un’idea (mai troppo precisa e “vincolante” in realtà), e al momento “giusto”, quando cioè sento l’irrefrenabile desiderio di metterla concretamente in atto (chiamiamola pure ispirazione se vuoi) mi metto in modo più “deciso” e continuativo dietro gli strumenti, e nel giro di qualche settimana registro tutto, faccio l’editing, i missaggi, il mastering, e metto a punto in modo definitivo un nuovo lavoro.
Questo ovviamente deve coincidere per forza di cose con periodi un po’ “tranquilli” della mia vita privata, quando cioè ho più tempo libero a disposizione, e meno “pensieri” di altro genere a tenermi impegnato.
Personalmente non parto quasi mai da una “visione” precisa… Il mio obiettivo primario è stato sempre quello di fare “semplicemente” della “buona musica” (almeno nelle intenzioni ovviamente) in grado di emozionare, senza ricercare/rincorrere “modelli” precisi, motivazioni “filosofiche”, “etiche”, specifici “accattivanti” riferimenti intellettuali, “concept” veri e propri…
Mi sento piuttosto “distante” da quella vasta “corrente” di musicisti che, soprattutto in ambito sperimentale, amano “adornare” le proprie opere (talvolta anche in modo piuttosto forzoso), con esibiti riferimenti “colti”, presupposti e significati marcatamente concettuali, “messaggi”, talvolta persino “proclami”.
Per me quello che conta veramente è solo la musica; riuscire a registrare e raccogliere dei bei brani che stanno bene insieme, organizzarli e farli suonare al meglio, e quindi cercare di farli pubblicare su CD stampato, unico supporto “fisico” che attualmente prendo in considerazione e che garantisce la migliore qualità sonora, unita a praticità d’uso e lunga durata nel tempo.
Ovviamente spesso nel corso della lavorazione inizio a pensare anche ad un riferimento “visivo”, alle immagini da usare per le grafiche, ai possibili titoli dei brani, e il tutto deve avere una sua coerenza formale; ma ogni cosa solitamente prende forma in modo molto istintivo, progressivo e spontaneo, senza forzature o “premeditazione”. 

LORENZO: Come è nata la collaborazione con Bruno De Angelis? Avevate già collaborato in passato?

GIUSEPPE: Con Bruno siamo amici da quasi venti anni. Ci siamo conosciuti per ragioni di musica, e in tutto questo tempo siamo rimasti più o meno sempre in contatto.
C’è ovviamente una stima reciproca da sempre, e quindi era inevitabile che prima o poi avremmo percorso un “sentiero musicale” insieme.
In questo caso specifico è stato Bruno un paio d’anni fa a darmi l’input, proponendomi una sua idea e chiedendomi di realizzarla insieme, cosa che ho accettato di fare molto volentieri.
In passato avevo soltanto partecipato come ospite ad un brano del suo vecchio CD “The Blind Watchmaker" pubblicato nel 2004 a nome Mana ERG.

LORENZO: Cos’è LHAM? Che tipo di segno volete lasciare con questo progetto?

GIUSEPPE: L’idea del nome del progetto e del titolo dell’album è stata di Bruno. Semplicemente mi è piaciuta… mi “suonava” bene, e l’ho “sottoscritta” senza farmi troppe domande o cercare di trovare un significato preciso e univoco.
Per quanto mi riguarda il “segno” che vorrei lasciare con questo CD è quello che mi piacerebbe lasciare anche con qualsiasi altro album io abbia già realizzato in passato.
Un posto nel “cuore” e nella memoria di chi ascolterà la musica… e ovviamente anche un posto “fisico” per il CD nei suoi scaffali…

LORENZO: Quando avete cominciato a comporre il materiale? É stato un processo complicato?

GIUSEPPE: Tutto è iniziato un paio d’anni fa da un’idea di Bruno, come già accennato.
Il processo di per sé non è stato tanto complicato, avendo stabilito dall’inizio un metodo procedurale abbastanza semplice e lineare, proprio per concentrarci più sulla musica che non su complesse, devianti e distrattive problematiche di coordinamento e “omologazione” tecnica.
Anche dal punto di vista della “sintonia” siamo andati decisamente bene… salvo il dettaglio che sul “finale” Bruno ha voluto mettere a punto parecchi brani e poi includerne nel CD solo una selezione, escludendone altri che invece a me piacevano molto e che “mentalmente” già consideravo “parte” dell’album. Questo l’unico piccolo “rammarico”, ma tutto si è concluso alla grande, e spero che comunque prima o poi, in qualche modo (magari per qualche compilation, o altra diversa occasione), riusciremo a “portare alla luce” anche quegli…”outtakes”!  

LORENZO: Puoi dirci nei dettagli la strumentazione che avete utilizzato per registrare il disco?

GIUSEPPE: Principalmente sintetizzatori “fisici” (io un Korg X5) e virtuali, chitarra elettrica (spesso suonata con l’E-bow), basso, effetti (io pedaliere multieffetto Mooer Ocean Machine e Boss ME-50), e software di vario genere (nel mio caso per lo più LMMS, e Wavelab con plugins per editing, mix e mastering).   
C’è poi qualche suono estratto dai miei strumenti etnici (piuttosto effettati e poco “riconoscibili”), e mi sembra anche qualche suono/rumore proveniente da registrazioni ambientali fatte con il mio Tascam DR-05, ma sinceramente in merito a tutto ciò non ricordo bene in dettaglio.     

LORENZO: In termini di produzione e mixaggio quali obiettivi vi eravate posti?

GIUSEPPE: Come già accennato poco sopra l’intenzione era fondamentalmente quella di fare un buon CD insieme, e tutto è stato organizzato e portato avanti nel modo più “funzionale” a perseguire questo unico e fondamentale obiettivo.

LORENZO: Ascoltando l’album e ammirando il video di ‘Maha Nakhon’, ho trovato un collegamento con ‘Krungthep Archives’, che rimane uno dei miei lavori preferiti di Nimh. Quanto sono lontano dalla verità?

GIUSEPPE: Diciamo che il video di ‘Maha Nakhon’ inevitabilmente può suggerire un “collegamento” con il CD di Nimh ‘Krungthep Archives’.
Si tratta della stessa città (Bangkok), le immagini del video ricordano quelle usate per le grafiche del mio vecchio CD, e anche a livello di “atmosfere”, più che di suoni veri e propri, è possibile cogliere delle analogie tra il brano ‘Maha Nakhon’ e alcune parti di ‘Krungthep Archives”.
Però, a parte questi elementi, e una subliminale aura “world” che pervade il CD di LHAM e che può evocare il ricordo di ‘Krungthep Archives’, per il resto si tratta di un lavoro piuttosto diverso.
Al di là del fatto che questa è una collaborazione a due, su ‘Krungthep Archives’ era prevalente e ben distinguibile l’uso di strumenti etnici (in ‘Leaving Hardly A Mark’ la maggior parte dei suoni è originata da strumenti e sorgenti sonore più “consuete”), e pur condividendo la presenza di elementi spesso spiccatamente “musicali/melodici”, il mio vecchio CD si spingeva in terrori più “estremi” e sperimentali, mentre il nuovo LHAM risulta sicuramente più “morbido”, anche più “raffinato” se vogliamo, e fruibile anche per un “pubblico” che ascolta abitualmente musiche di tipo più “comune”.

LORENZO: Cosa ti affascina così tanto dell’area metropolitana di Bangkok?

GIUSEPPE: A me piace molto Bangkok, anche se so che Bruno la vede diversamente … Ovviamente questo non significa che sia il luogo “perfetto” in cui vivere, ma è una città che ha un grande fascino, e che è in grado di offrire molto. Non tanto dal punto di vista monumentale, artistico, storico e cose del genere (templi a parte, di cui è piena), se è questo che interessa principalmente. Ma è una città enorme dove, anche nei suoi profondi contrasti, logici, strutturali, urbanistici, è possibile scoprire pregi e virtù che qui in Italia, ma credo più in generale anche in ampia parte d’ Europa e del resto del mondo occidentale, è difficile anche solo immaginare.
Sono molti anni che manco da Bangkok, e non so quanto sia cambiata nel frattempo (considerando anche le conseguenze dovute al Covid), ma quello che posso dire è che lì è possibile trovare qualsiasi cosa sia necessario a qualsiasi ora del giorno e della notte… è possibile camminare su marciapiedi perfettamente puliti dove è difficile scorgere in terra anche solo un mozzicone di sigaretta, è possibile prendere metropolitane super efficienti e pulite, entrarvi in modo ordinato senza fare “a pugni” con chi sta scendendo o vuole salire prima di te, e persino (udite udite… per me che sono a Roma praticamente un’utopia!) acquistare il biglietto ad ogni stazione.
E’ una città che colpisce (e un po’ inquieta anche) per quanto sia in grado di crescere ed evolvere velocemente.
Lì è possibile veder nascere e costruire interi quartieri, grattacieli, o decine di chilometri di strade e metropolitane nel tempo che qui in Italia non si riesce neanche ad elaborare e assegnare il bando per l’acquisto di 50 nuovi cassonetti per la raccolta dei rifiuti (faccio un esempio improprio ma eloquente…); è una città dove, in perfetta coerenza con una visione molto più pragmatica delle cose e con la mentalità delle persone che la abitano, anche di questi tempi (parlo di fatti recenti riferiti da mio fratello che vive in Thailandia e che ha casa a Bangkok) è quasi impossibile, nei luoghi chiusi e anche in strada, vedere persone che circolano senza mascherina, o che la usano come “copri mento”, “cappello” o “ornamento da polso” come avviene sistematicamente da noi. E questo non perché ci sia il terrore di una feroce polizia che punisce duramente chi vada in giro senza mascherina, ma solo perché l’elementare buonsenso della gente del posto li rende autonomamente consapevoli del fatto che di fronte ai rischi di un Covid del quale lì nessuno mette in dubbio esistenza e pericolosità, indossare abitualmente una mascherina è la cosa più semplice, “naturale”, innocua, logica ed efficace da fare.
Bangkok è comunque una città fantastica, sicuramente da visitare e da scoprire e (perchè no?) anche per viverci, se amate ovviamente i grossi centri urbani e le vaste aree metropolitane.
 
LORENZO: L’ispirazione è nata anche da altri luoghi, paesaggi o scenari?

GIUSEPPE: L’ispirazione nasce sempre da un po’ tutto quello abbiamo intorno a noi, dalle esperienze che viviamo quotidianamente, da ciò che leggiamo, ascoltiamo, vediamo; dai luoghi che frequentiamo, posti che visitiamo… Difficile “razionalizzare” cosa esattamente ha influito più di altro nel concepimento e nella realizzazione di questo specifico CD.     

LORENZO: Oltre a ‘Maha Nakhon’, qual è la traccia chiave del disco?

GIUSEPPE: Non credo di poter identificare una o più “tracce chiave” del CD…
‘Maha Nakhon’ è sicuramente la mia preferita, e tra le altre mie “preferite” annovero sicuramente ‘Rhesus Negative’, ‘Zdravilo’ e ‘Thalassa’.
Ma si tratta di semplice preferenza personale; Bruno probabilmente ha idee diverse, e comunque considero sempre un album nel suo “insieme”, in quanto ogni traccia deve essere “funzionale” all’ascolto completo e “lineare” del CD.
Questo per dire che spesso un brano apparentemente “minore” o comunque meno “incisivo”, ha comunque una sua precisa ragione di esistere, e di essere incluso e adeguatamente “posizionato” all’interno della “scaletta”.   

LORENZO: Chi ha realizzato la splendida copertina? Cosa ci vedi personalmente?

GIUSEPPE: Su questo abbiamo lasciato con fiducia “carta bianca” a Stefano Gentile della label 13/Silentes.
Conosco Stefano da circa venti anni, ampia parte dei miei CD sono stati pubblicati per le sue etichette, so che ha buon gusto, esperienza, e soprattutto che è una persona seria di cui ci si può fidare ciecamente.
Sottolineo questo perché ho appena vissuto una pessima esperienza con un ex collaboratore ed un’etichetta, entrambi abbastanza noti nel settore, che mi hanno fatto perdere quasi un anno di lavoro su un progetto condiviso e concordato all’origine che poi è stato cancellato, comportandosi entrambi in modo inqualificabile, come mai mi è successo in più di venti anni di attività musicale, pur avendo almeno trenta CD stampati alle spalle, e decine di esperienze collaborative con altri artisti ed etichette di ogni parte del mondo.
Tornando alla copertina del nuovo CD di LHAM, come dicevo il merito è tutto di Stefano Gentile che, rendendoci pienamente partecipi della lavorazione, ha scelto le immagini da usare, il tipo di confezione, e ha definito le linee guida del progetto grafico.
Anche in questo caso non ci “vedo” nulla di ben definito e dal chiaro “significato”.
Si tratta “semplicemente” di una serie di bellissime fotografie, dal grande impatto visivo, eteree e descrittive al contempo, che in qualche modo si adattano bene alle sonorità e alle atmosfere musicali del CD.

LORENZO: Come giudichi la scena dark-ambient attuale? Quali sono state le uscite più interessanti degli ultimi anni a tuo parere?

GIUSEPPE: Voglio essere molto onesto, anche a costo di apparire troppo critico e suscitare qualche “antipatia”.
Dal mio punto di vista la scena dark-ambient attuale è tristemente “sprofondata”, salvo rarissimi casi, in quello stesso “baratro profondo” da cui si è originariamente generata.
Voglio dire che se venti anni fa una certa dark ambient aveva piena ragione di esistere, per la novità, per le nuove “intuizioni”, per la diversa “visione” di una musica “profonda” e di ricerca che è stata in grado di “suggerire”, per l’uso di nuove tecnologie che “aprivano” a universi sonori fino ad allora sconosciuti, negli ultimi dieci anni (almeno) si è visto un proliferare di labels ed artisti intenti a produrre musica dark-ambient sempre uguale a sé stessa, assolutamente stereotipata, fatta spesso anche con discreta perizia tecnica, ma basata su soluzioni “facili”, clichè ricorrenti, idee e approcci triti e ritriti, usati e abusati all’infinito; musica talmente “codificata” che, tanto per dire, ho “accumulato” negli anni decine di CD di questo “genere” (per lo più frutto di scambi con labels o distributori) di cui non ricordo assolutamente nulla… Né i nomi (o moniker) degli autori, né la copertina, né il titolo del CD, né il contenuto sonoro, né la label che li ha prodotti. Si tratta di lavori che, ripeto, spesso sono anche “tecnicamente” ben suonati, curati e realizzati, ma sono allo stesso tempo CD talmente anonimi, privi di “guizzi” di genialità, o almeno di “personalità”, che rimangono per anni stipati nei miei scaffali come belle confezioni cartonate, senza che abbia mai sentito il bisogno/desiderio di estrarre il dischetto e metterlo una seconda volta nel mio lettore CD.
Tornando alla tua domanda, è anche per questa ragione che negli ultimi anni ho seguito poco questa “scena”, prediligendo la scoperta e l’acquisto di CD che esplorano situazioni musicali diverse, più in sintonia con le mie “esigenze” attuali, e anche più attigui al genere di musica che ultimamente sto producendo con i miei progetti “alternativi” a Nimh, quali Twist of Fate, We Promise to Betray e LHAM.
E anche laddove mi sono “imbattuto” in questi anni in qualche raro episodio di musica dark ambient un po’ degno di nota, con dispiacere ho spesso dovuto realizzare che non si trattava di “veri” CD fisici, ma magari di net release (che non considero granchè…) o al massimo di vinili (che non ho più acquistato da quando nel lontano 1990 entrò in casa mia il primo lettore CD).
Viviamo in una situazione strana… C’è una ridondanza di musica offerta attraverso una miriade di “canali” che però non aiuta alla selezione, all’individuazione di musica veramente buona, e fisicamente pubblicata, da scegliere e da acquistare. Poi c’è l’ulteriore “confusione” derivante dalla nuova anacronistica moda di cassette e vinili, supporti entrambi talmente arcaici e tecnicamente “approssimativi”, limitati, e improponibili per un ascolto ragionevolmente “fedele” della musica, che però stanno prendendo ugualmente il sopravvento in forma di oggetti da collezione, colorati e corredati da “lustrini e cotillon”.
Non voglio però “sottrarmi” del tutto alla tua domanda, e posso citare almeno tre CD che ultimamente mi sono piaciuti molto.
Il primo, che seppure non proprio “dark” può essere (con un po’ di sforzo!) ascritto al genere succitato, è “Soundtrack for Winter Departures” di Iluiteq (dicasi Andrea Bellucci e Sergio Calzoni), un album molto “toccante” dove domina un’oscurità spesso “violata” da piacevolissimi e intriganti “raggi di luce”.
Il secondo è “As My Spirit Wanders Free” a nome “Day Before Us”, originale progetto del francese Philippe Blache che negli anni ha sviluppato un suono e uno stile molto caratteristico e riconoscibile. Qui regnano sonorità sempre fondamentalmente oscure ma ricche di inserti melodici, sobri ma coinvolgenti, per lo più a base di piano e synth, uniti alla bella voce di Agne Srebaliute e a parti di chitarra, distorsioni, suoni d’ambiente.
Il terzo, un po’ più datato, è il CD “I Feel Nothing But Repulsion” di Antikatechon. Qui Davide Del Col dipinge una dark-ambient abbastanza “ortodossa”, ma ciò che fa la differenza, rispetto ad altre pubblicazioni dello stesso genere, è la forte personalità, la sensibilità, la capacità di “trainare” l’ascolto con soluzioni e suoni particolari, ricercati e diversificati, senza cadere nella comune “trappola” di una musica dark-ambient anonima e molto “di maniera”.

 

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