| Intervista
a GIUSEPPE VERTICCHIO/NIMH a cura di Fabrizio Garau
Pubblicata su Fucine Mute, FM 114, Agosto 2008
www.fucine.com
F:
Giuseppe Verticchio si muove nell’ambito dell’elettronica
sperimentale. Ha un progetto solista, Nimh, collabora con Andrea
Marutti (l’uomo dietro alla Afe Records) al progetto Hall
Of Mirrors, gestisce un sito web (oltreilsuono.com) dove cerca
di segnalare le uscite sperimentali più significative di
marchio italiano. È molto eclettico: i suoi dischi suonano
familiari a chi ascolta le diramazioni ambientali dell’industrial,
ma possiedono una componente etnica che risveglia l’attenzione
di chi segue Steve Roach e simili. Non va dimenticato che anche
la chitarra gioca un ruolo in alcune tracce, nelle quali viene
spesso utilizzata in chiave ambientale, come oggi sempre più
spesso accade (senza scomodare il passato chiamando in causa Fripp
& Eno, oggi artisti come Fennesz, Oren Ambarchi, Aidan Baker
riscuotono consensi), né bisogna scordarsi dell’appena
citato Hall Of Mirrors (con un secondo disco di prossima uscita),
un progetto nel quale l’eclettismo di Giuseppe trova una
nuova profondità grazie ai drone vastissimi di Andrea Marutti/Amon.
Come introduzione può bastare: l’esaustività
di un Giuseppe davvero gentile e disponibile fa già tutto
da sola.
Giuseppe, sei nella musica da molti anni. Come hai iniziato e
come ti sei appassionato all'elettronica?
G:
Il mio interesse più "generico" per gli strumenti
e per la musica nasce fin dagli anni della mia infanzia e dell'adolescenza.
Nonostante nessuno nella mia famiglia suonasse strumenti (solo
mio padre si dilettava un po’ con l'armonica a bocca), fin
da bambino sono stato sempre circondato di "oggetti sonori"
di vario genere, strumenti musicali giocattolo e non (ricordo
un organo Bontempi, uno xilofono, una fisarmonica, flauti e varie
armoniche a bocca, uno scacciapensieri, un kazoo, bonghi, una
chitarra acustica Eko...); inoltre sempre da bambino mi era stato
regalato uno dei primi registratori a cassette Philips con tanto
di microfono, e fin da allora ricordo che, oltre ovviamente ad
usarlo per ascoltare musica, mi piaceva girare per casa e per
i boschi quando ero in vacanza in Abruzzo registrando suoni e
rumori inconsueti. Non voglio dire che questo era già il
"segno" che un giorno nella vita mi sarei interessato
in modo così sostanziale di musica e sperimentazione, ma
sicuramente era indice di una certa istintiva attitudine e di
una particolare sensibilità verso ciò che, in qualche
modo, fosse inerente il "suono" o, in senso più
lato, la percezione uditiva.
Per quanto riguarda la passione per la musica elettronica, posso
dire che è nata verso la seconda metà degli anni
'80, quando, già appassionato di musica elettronica "di
consumo", ebbi occasione per la prima volta di ascoltare
la musica di Klaus Schulze e di altri artisti della "scuola
di Berlino". L'ascolto di "Timewind" di Schulze
fu una specie di folgorazione, uno "spartiacque" che
progressivamente mi condusse a scoprire con grande curiosità
e interesse lo sconfinato universo della musica elettronica, sperimentale,
ambient e generi musicali in qualche modo "attigui".
F:
Come nasce il tuo interesse per la musica etnica? Al Giuseppe
critico, chiedo anche di spiegarmi perché molti progetti
nel tuo campo d’azione finiscono per integrare il loro sound
con suggestioni non occidentali.
G:
Anche in questo caso debbo dire che c'è stato un episodio
in particolare, e cioè l'avere assistito nel 1997 ad un
concerto di Steve Roach e Vidna Obmana a Verucchio, che "mosse"
in me in modo decisivo la "leva" dell'interesse verso
le sonorità etniche. In quella circostanza vidi per la
prima un didjeridoo, ne ascoltai per la prima volta il suono dal
vivo, e ne rimasi estremamente affascinato... In seguito riuscii,
peraltro con una certa difficoltà, a procurarmene uno (in
bamboo) a e imparai a suonarlo da autodidatta, maturando al contempo
l'interesse per la musica tradizionale degli aborigeni australiani.
Da lì ad ampliare gli orizzonti del mio interesse verso
i suoni degli strumenti etnici originari di altre parti del mondo
il passo fu breve...
In realtà c'è da aggiungere che nel 1996 avevo vissuto
per quasi un anno intero in Thailandia, e durante quella mia lunga
permanenza avevo già raccolto intorno a me alcuni strumenti
etnici e tradizionali locali, con i quali avevo tra l'altro effettuato
delle registrazioni, in parte "confluite" nel mio recente
CD "The Missing Tapes" edito da Silentes.
Per quanto riguarda la mia musica personale, la ragione per cui
i miei lavori integrano spesso nel loro sound elementi di tipo
etnico o comunque di impronta "non occidentale" è
semplicemente e "fisiologicamente" ricollegabile alle
mie passate esperienze di vita, alla mia personalissima visione
della musica e al mio altrettanto personalissimo "gusto"...
La mia grande passione per tutto ciò che è in grado
di emettere, "catturare" ed elaborare suoni, che si
tratti di macchinari elettronici, software musicali, strumenti
acustici, etnici, semplici oggetti d'uso quotidiano, unita al
mio progressivo maturato interesse per le musiche orientali (medio
ed estremo oriente) trova in qualche modo nella mia musica una
sua sostanziale "sintesi", che unisce quindi in una
"formula" piuttosto personale e anche di una certa "variabilità"
tutto ciò che in qualche modo ha influito negli anni sulla
mia crescita, sia come semplice fruitore/ascoltatore, sia come
autore di musica.
Credo che questo discorso, con gli ovvi distinguo e le varianti
dei singoli casi, valga un po' per tutti gli artisti/progetti
che si interessano di musica sperimentale e di ricerca... Ricerca
non significa ovviamente "ricercare" un suono tra i
preset di uno o più sintetizzatori, nè procurarsi
un singolo "apparecchio" (uno strumento musicale, un
PC con software, un registratore di Mini Disc) e ricercare attraverso
questo ristretto contesto soluzioni musicali d'avanguardia, nè
tanto meno significa avere una visione così limitata da
non sentire prima o poi la necessità di aprirsi mentalmente
e musicalmente anche a influenze sonore che provengano dall'esterno
"geografico" del paese o del continente in cui viviamo;
sperimentazione è anche questo, e quindi trovo abbastanza
naturale il fatto che in questo ambito anche altri artisti facciano
talvolta ricorso ad elementi/suggestioni di musica non occidentale.
F:
Nelle tue Missing Tapes sono presenti registrazioni che provengono
direttamente, credo, dalle strade thailandesi. Qual è la
loro funzione all’interno della tua musica? Che cosa volevi
restituire all’ascoltatore?
G:
Sinceramente dietro la mia musica non c'è mai un "disegno"
in qualche modo pensato e definito a priori, nè mi preoccupo
di immaginare e "programmare" ciò che, via via
che compongo musica, desidero poi "trasmettere" a chi
la ascolterà...
La mia musica nasce per lo più in modo molto spontaneo
e diretto, prendendo magari in mano uno strumento, improvvisando
delle parti, e premendo il tasto "REC" del mio software
di registrazione su PC al momento in cui mi sembra di aver trovato
uno spunto interessante... Poi magari mi viene in mente che a
tale parte si abbinerebbero bene delle vecchie registrazioni ambientali
che ho archiviato da tempo sul mio hard disk, e allora attraverso
il software di montaggio audio provo a vedere l'effetto delle
due tracce combinate insieme... Se la cosa "funziona"
magari poi procedo ulteriormente... In base al risultato ottenuto
scelgo istante dopo istante cos'altro sarebbe interessante inserire,
come sviluppare il brano nel tempo... e così via via aggiungo,
correggo, organizzo... La composizione per me è un processo
assolutamente istintivo, che ovviamente solo in una seconda fase,
quando ad esempio un brano ha già preso una sua sostanziale
"forma", diventa decisamente più "ponderato",
rigoroso, metodico, giacchè per me ha sempre fondamentale
importanza curare in modo quasi "maniacale" anche i
minimi dettagli, sia per quanto riguarda la realizzazione di un
singolo brano, sia ancora di più quando si tratta di mettere
a punto il master definitivo di un CD. Cerco quindi di considerare
sempre non soltanto l'aspetto puramente "emozionale"
della mia musica, ma di avere anche particolare attenzione per
quanto riguarda gli aspetti tecnici, la pulizia e la qualità
del suono, le dinamiche, le equalizzazioni, le resa complessiva
del master. Gli elementi che trovi all'interno dei miei CD, che
siano parti "suonate", rumori, field recordings o quant'altro,
e quindi anche le registrazioni ambientali effettuate in Thailandia
utilizzate nel mio CD "The Missing Tapes", sono delle
semplici componenti che, contestualizzate e miscelate insieme
alle altre, cercano soltanto di creare un risultato sonoro complessivo
piacevole, contribuendo in qualche modo a quello che dovrebbe
essere, almeno nelle intenzioni, un risultato emotivamente coinvolgente,
che poi è l'unico vero "obiettivo" che, quando
compongo la mia musica, miro effettivamente a raggiungere.
F:
Utilizzi anche la chitarra in chiave ambient. Negli ultimi tempi
questa "declinazione" dello strumento (non nuova, in
realtà) trova sempre più spazio. Penso a Fennesz,
penso a Oren Ambarchi, a My Cat Is An Alien, penso anche al cosiddetto
filone "drone-metal" (di recente ho ricevuto il disco
di Fears Fall Burning, ovverosia Dirk Serries di Vidna Obmana,
progetto storico, che si cimenta col drone di chitarra). Si tratta
di una nuova tendenza o si tratta di un caso?
G:
Per quanto mi riguarda si tratta di una cosa assolutamente casuale,
seppure in una certa misura questa scelta di tornare ad utilizzare
la chitarra può anche essere stata influenzata da ciò
che, come appassionato di musica , mi capita di ascoltare quotidianamente,
anche se in tutta onestà debbo dire che, a parte Vidna
Obmana, conosco solo molto superficialmente gli altri nomi che
hai menzionato.
Voglio dire che, nell'ambito della musica ambient-elettronica-sperimentale
e dintorni, è normale che, per fare un esempio, dopo aver
fatto per molti anni "indigestione" di musica basata
su suoni di sintetizzatori elettronici quando i costi di tali
macchine erano diventati finalmente "abbordabili" favorendone
una ampia diffusione, e dopo aver fatto analoga "indigestione"
di musica "sperimentale" basata quasi esclusivamente
su field recordings quando il "miracolo" della registrazione
microfonica digitale di buona qualità si è concretizzato
in forma di registratori portatili di Mini Disc a basso costo
(ormai anch'essi già caduti in disuso e superati dalle
nuove tecnologie...), è naturale che poi si finisca per
cercare strade e sonorità diverse, e in questo quadro generale
vedo quasi "fisiologico" anche un ritorno a strumenti
più "tradizionali" come la chitarra, che magari
per anni erano stati dimenticati o quanto meno messi un po' da
parte.
Nel mio caso specifico devi sapere che per circa quindici anni
ho "abbandonato" la mia chitarra acustica nella casa
di mio padre in Abruzzo (dove l'estate vado spesso in vacanza),
anche se, nella casa a Roma dove abito, non mancavano certo altri
strumenti a corda, seppure di tipo completamente diverso.
Nell'estate del 2003 vennero a trovarmi per la prima volta in
Abruzzo Andrea Marutti (Amon, Never Known) e Matteo Uggeri (Hue,
Sparkle in Grey), e lì, insieme anche con Giulio Biaggi
(Nefelheim), improvvisammo e registrammo delle performances utilizzando
tutto ciò che di "sonoro" avessimo a disposizione,
inclusa quindi anche la mia vecchia chitarra acustica e la chitarra
elettrica di Nefelheim. Fu in quella occasione che, per la prima
volta dopo molti anni, tornai a rivalutare la chitarra e a considerarla
come strumento potenzialmente "utilizzabile" anche nelle
mie successive realizzazioni. A titolo di curiosità aggiungo
che alcuni brevi frammenti di registrazioni effettuate quell'estate
sono poi stati utilizzati da Hue nel suo CD "Un'estate senza
pioggia".
C'è voluto poi del tempo per riprendere un po' di dimestichezza
nell'utilizzo dello strumento che avevo per troppo tempo abbandonato,
per procurarmi una chitarra elettrica (ed effetti) che comunque
vedevo più adatta alle mie esigenze rispetto ad una chitarra
acustica, e per trovare quindi il modo più efficace e a
me più consono per inserirla in qualche modo all'interno
della nuova musica che stavo andando a realizzare...
Già nel 2005 la chitarra elettrica è comparsa in
piccola misura nel mio CD "Subterranean Thoughts", nonchè
nei CD "Secluded Truths" e "Toghether's Symphony"
realizzati in collaborazione con Maurizio Bianchi/M.B. e pubblicati
da Silentes, e poi ancora in "Sator" con Amon, in "Reflections
on Black" sempre in collaborazione con Amon attraverso il
nuovo progetto "Hall of Mirrors", e infine, in misura
molto più ampia e in una forma molto più evidente,
nel mio recentissimo "The Unkept Secrets", uscito quest'anno
ancora per Silentes ma in realtà già terminato di
registrare nel 2007.
F:
C’è stato un periodo nel quale eravamo inondati da
cloni di Lustmord e altre uscite ambient/dark ambient. Hai mai
avuto paura di essere gettato in qualche calderone o in qualche
moda?
G:
Direi proprio di no. E se qualcuno, impropriamente, ha inserito
il mio nome in qualche "calderone" evidentemente non
conosce la mia musica, o la conosce soltanto in minima parte,
oppure scrivendo lo ha fatto soltanto per necessità di
estrema sintesi o per dare una indicazione molto "di massima"
su come possa essere collocata e "catalogata" stilisticamente
la mia proposta musicale.
Ciò che da sempre ha caratterizzato la mia musica, è
proprio la scarsa propensione ad adagiarsi su sonorità
e soluzioni già abbondantemente collaudate (spesso inflazionate
direi...) da tanti altri artisti del passato e del presente.
Ovviamente tutta la musica ambient, elettronica, sperimentale
ecc.. che da appassionato ho ascoltato per anni ha sostanzialmente
influenzato la musica che poi sono andato a realizzare, e tutto
ciò che mi capita di ascoltare quotidianamente mi è
tutt'ora di grande aiuto e stimolo...
Credo però che, nella mia musica personale, tutte queste
influenze siano state in qualche modo rielaborate, integrate,
miscelate, trasfigurate, sintetizzate in una forma molto particolare
e distinguibile, poco "classificabile" e immediatamente
riconoscibile (anche se i miei CD sono spesso molto diversi fra
loro), e questo è uno degli aspetti che, personalmente,
considero di assoluta importanza.
Ovviamente è sempre possibile cogliere delle analogie tra
la mia musica e quella di altri artisti, ma un conto è
una analogia o una sorta di "riferimento/citazione"
e un conto è, come tu stesso dicevi, un inutile, sterile,
e magari ripetuto e poco fantasioso tentativo di "clonazione"...
Anche in tempi recenti infatti, specie in ambito dark-ambient,
mi capita spesso di ascoltare CD magari ben fatti, piacevoli da
ascoltare, tecnicamente ben realizzati, ma in realtà talmente
simili tra loro nella sostanza, negli intenti e nelle sonorità
da non riuscire quasi a distinguere un CD (o un artista) dall'altro.
Questa è una cosa che, parlando da semplice appassionato/fruitore/ascoltatore
di musica, mi infastidisce (e mi annoia...) parecchio, e quindi,
quando mi trovo dietro gli strumenti, mi viene piuttosto istintivo
orientarmi verso forme sonore che non siano troppo stereotipate
e già abbondantemente usate e abusate.
Da appassionato ascoltatore di musica voglio approfittare di questa
occasione proprio per esortare le etichette di produzione ad essere
un po' più lungimiranti e ambiziose in questo senso, consigliando
di non limitarsi a selezionare e produrre CD o CD-R semplicemente
"ben fatti" e che magari siano facilmente "vendibili"
perchè immediatamente riconducibili ad alcuni filoni che
più o meno "tirano" (tipo la "classica"
dark-ambient tanto per dire...) ma di sforzarsi di cercare, promuovere
e produrre più coraggiosamente musica che esca dagli stereotipi
consolidati e che sia in grado di dire qualcosa di veramente originale
e diverso, o quanto meno di portare qualche valida "ventata"
di novità.
F:
Gestisci oltreilsuono.com, "un sito interamente dedicato
alla musica ambient-elettronica-sperimentale-etnica-industriale
italiana". Senza ruffianeria, io lo leggo spesso in quanto
appassionato. Quanto è difficile in Italia riuscire a far
"girare" certi dischi? Una battaglia persa in partenza
o qualche soddisfazione arriva?
G:
Purtroppo in Italia il mercato di questi CD rimane un mercato
piuttosto di nicchia; si tratta di prodotti che non è facile
far circolare e diffondere, e con il passare del tempo la situazione
sotto questo punto di vista sembra andare sempre peggio.
Inoltre l'avvento dell'MP3 e del file sharing inteso come "download
selvaggio", uniti ad una certa diffusa scarsa sensibilità,
per non parlare di una vera e propria ignoranza dilagante per
quanto riguarda non solo la capacità di comprendere ed
apprezzare musica di tipo non convenzionale di un certo livello,
ma persino sulle elementari nozioni a proposito di come e attraverso
quali strumenti sarebbe opportuno fruire la musica in senso più
in generale (basti pensare che ai CD audio ascoltati attraverso
i "vecchi" e meticolosamente combinati impianti HI-FI
di buona qualità e di un certo costo si vanno ormai sostituendo
DVD masterizzati contenenti centinaia di brani compressi in formato
MP3 che vengono riprodotti attraverso mortificanti diffusori di
plastica da pochi euro collegati direttamente alla scheda sonora
del PC...) hanno fatto sì che negli ultimi anni le vendite
di CD siano scese vertiginosamente, costringendo molte etichette
del settore a ridimensionare notevolmente, quando non a cessare
del tutto, la propria attività di produzione. Paradossalmente,
per un discorso prettamente "modaiolo" e orientato più
al collezionismo "puro" e fine a sé stesso che
non alla vera passione per la musica, sembra che, parallelamente
alla diffusione dell'MP3, sia in crescita la richiesta di produzioni
su vinile. Un "ritorno al passato" decisamente fuori
luogo e assolutamente anacronistico che fa presa soprattutto sulle
giovani generazioni, affascinate un po' ciecamente dalla "stranezza"
di quegli arcaici e ingombranti supporti analogici come i vecchi
LP, che evidentemente non hanno "sofferto" in passato,
come quelli della mia generazione, della fastidiosa, ineluttabile,
talvolta davvero insopportabile invadenza "sonora" di
tutti quegli scricchiolii, tic, tac e scoppiettii che, ascoltando
in passato soprattutto "quieta" musica ambient su vinile,
finivano talvolta addirittura per prevaricare il contenuto prettamente
sonoro, sacrificando in notevole misura il piacere dell'ascolto.
Parlando di soddisfazioni, non posso negare che, nonostante tutto,
ce ne sono comunque, e abbastanza puntualmente vengono a gratificare
la mia continua dedizione ad un' attività che occupa ormai
da anni grande parte del mio tempo libero; ma se per "soddisfazioni"
intendi invece grossi riscontri dal punto di vista prettamente
economico non mi sentirei certo di consigliare a nessuno di "puntare"
sulla musica sperimentale per trovare un mezzo di facile e sicura
sussistenza.
F:
Mi collego alla precedente domanda: cosa ci consiglia l’esperto
nel 2008? Un’etichetta e un progetto, ove possibile.
G:
Più che da "esperto" preferisco più modestamente
risponderti da semplice appassionato e fruitore di musica.
In questo momento, rimanendo sempre in ambito italiano, ti risponderei
"Final Muzik" come etichetta e "Apart" come
progetto...
Per chi non la conoscesse (anche io ho avuto il piacere di conoscerla
soltanto da pochi mesi) Final Muzik è un etichetta friulana
fondata nel 2004 e curata da Gianfranco Santoro, orientata alla
produzione di musica sperimentale, elettronica, industriale, ma
anche neofolk e "nuova pop music".
In tempi recenti ho avuto occasione di fare uno scambio di materiale
con Gianfranco, dopo avere già avuto modo di ascoltare
un paio di CD usciti per Final Muzik, e debbo dire di avere sinceramente
apprezzato tutti i CD che ho ricevuto.
Tra le produzione sicuramente interessanti degli anni scorsi di
Final Muzik voglio sicuramente segnalare "Tower/Microphone"
di Teho Teardo, "Lullabies From Our Dreams" di We Wait
for the Snow, "Morituri Te Salutant" e "Raise Your
Paw To The Sky And Break The Truce" di Mariae Nascenti, "Regel"
di M.B. (Maurizio Bianchi, una ristampa), "Inesorabile"
del progetto Corpoparassita; per quanto riguarda invece le produzioni
del 2008 consiglierei il fantastico "Across The Empty Night"
di Apart, progetto di Francis M. Gri (cofondatore ed ex membro
del tutt'ora attivo progetto italiano All my Faith Lost...), nel
quale compare tra l'altro, nella impareggiabile traccia di chiusura
"Fading Tears", la straordinaria e suadente voce di
Viola Roccagli degli All My Faith Lost.
F:
Mi sono piaciute molto le tue collaborazioni con Andrea Marutti
(Sator, uscito a nome Amon + Nimh, e "Reflections On Black",
uscito col monicker Hall Of Mirrors). Io penso che tra voi vi
sia una sorta di completamento. Che cosa aggiunge Andrea al tuo
suono? E cosa pensi di aggiungere tu al suo?
G:
Io e Andrea ci conosciamo bene ormai da parecchi anni, e questa
circostanza ha fatto sì che la nostra collaborazione si
fondasse su basi piuttosto solide. C'è tra noi amicizia,
stima reciproca, e sostanzialmente ognuno di noi apprezza la musica
che l'altro realizza abitualmente nei propri lavori in solo. Abbiamo
diversi punti in comune, ma anche attitudini e capacità
diversificate, e questo ci rende in qualche modo effettivamente
"complementari" e adatti a lavorare fianco a fianco
per realizzare musica che riesca ad unire con una certa efficacia
le nostre pur diverse esperienze musicali personali.
Per questo siamo riusciti probabilmente ad ottenere risultati
che, in modo molto equilibrato e assolutamente "naturale",
sintetizzano in una forma musicale abbastanza omogenea e coesa
quelli che sono i nostri singoli apporti individuali, realizzando
CD come il già citato "Sator", "Reflections
on Black", e un altro album già pronto ma ancora non
pubblicato (Forgotten Realm), che sarà il secondo "capitolo"
del progetto "Hall of Mirrors".
Riflettendo su cosa ognuno di noi "aggiunge" al suono
dell'altro, posso dire che Andrea ama "lavorare" molto
con i sintetizzatori e, in senso più generale, con macchinari
elettronici, campionatori...
Ama sperimentare con catene di effetti collegati in cascata, e
ha inoltre ha una certa propensione per atmosfere e sonorità
"drone oriented" dagli andamenti solitamente lenti,
dilatati e molto progressivi.
A me piace molto invece utilizzare strumenti acustici ed etnici,
o anche la stessa chitarra elettrica (che compare in modo molto
sostanziale nel secondo CD di Hall of Mirrors ancora da pubblicare...),
il tutto rielaborato tramite effetti, che suono solitamente in
modo molto istintivo e "diretto", registrando delle
parti che vado poi a miscelare a substrati di origine elettronica,
realizzati spesso con sequencers e soft synth o altri suoni di
origine diversa, lavorando molto dettagliatamente nelle fasi successive
sul montaggio/missaggio delle singole parti, e prediligendo atmosfere
e "andamenti " un po' più "veloci"
e con momenti di maggiore "immediatezza" e impatto rispetto
a quanto usa fare Andrea abitualmente.
F:
Come succede spesso con l’ambient, mi accade di perdere
la cognizione del tempo quando ascolto qualcosa di tuo. È
uno degli effetti che vuoi ottenere? Se no, che reazioni ti aspetti
induca un tuo disco?
G:
Come ti dicevo poco fa, nel momento in cui compongo musica non
ho quasi mai in mente un obiettivo ben preciso da raggiungere,
un fine ben definito da perseguire, un intento chiaro e delineato
da portare a compimento, se non quello molto "spicciolo"
di realizzare delle strutture sonore in grado di sollecitare l'attenzione
di chi ascolta, emozionare, colpire, coinvolgere, "trascinare",
il tutto avendo al tempo stesso cura di ottenere un risultato
che sia pienamente soddisfacente anche dal punto di vista tecnico
e della qualità del suono. Sicuramente la mia musica, così
come è concepita e costruita, attraverso la scelta e l'assemblaggio
dei suoni che utilizzo, i missaggi, i tempi e le strutture dinamiche
che solitamente la caratterizzano, può indurre nell'ascoltatore
questo tipo di sensazione, e la cosa tutto sommato mi fa molto
piacere giacchè è evidente che una musica che non
"funziona" difficilmente riesce ad ottenere questo tipo
di risultato...
Però, ripeto, non si tratta comunque di un obiettivo "premeditato"
e "programmato", ma piuttosto di una costante che, in
modo per me assolutamente "naturale" e inconscio, tende
di fatto a riproporsi in modo abbastanza "puntuale"
nelle mie diverse realizzazioni.
F:
Credo che in dischi senza testi l’artwork possa giocare
un ruolo chiave. Ho apprezzato quello di The Unkept Secrets, “classico”
per certi versi, ma con una cura particolare per il dettaglio.
Che cosa mi racconti a riguardo?
G:
Quando nell'estate del 2006 scattai la foto che in seguito ho
scelto di utilizzare per il fronte della copertina di "The
Unkept Secrets" desideravo che l'immagine suggerisse un senso
di antica decadenza, rappresentata dalle vecchie mura dell'anfiteatro
romano, unita alla presenza "discreta" ma al tempo stesso
un po' "inquietante" di una forma umana evanescente,
"immateriale", in un certo senso quasi "spettrale".
Nel 2007, quando avevo terminato di realizzare il master definitivo
di "The Unkept Secrets" e stavo iniziando a pensare
alle grafiche, mi venne subito in mente quella serie di foto scattate
di notte all'interno dell'anfiteatro romano, e quell'immagine
in particolare mi sembrò particolarmente adatta a descrivere
le atmosfere oscure, le inquietudini e anche i forti contrasti
presenti nella musica del CD. Decisi così di adottarla,
e quindi completai le grafiche del booklet utilizzando altre fotografie.
Una di esse era molto simile, trattandosi di fatto della stessa
identica inquadratura "privata" però della "presenza
umana". Le altre tre foto sono state invece scattate all'interno
di una grotta sita nell'area archeologica di un' antica villa
Neroniana, ma su un paio di esse ho aggiunto "artificiosamente"
quella che sembra essere la sagoma della stessa "presenza
umana" che compare sul fronte della copertina del CD.
Le grafiche da me realizzate sono state poi lievemente riadattate
da Akifumi Nakajima (Aube) al momento in cui il CD è stato
prodotto da Silentes, ma si è trattato più che altro
di piccoli "aggiustamenti" che hanno mantenuto sostanzialmente
intatta l'impostazione che avevo concepito e il lavoro da me fatto
in precedenza.
F:
Parliamo del famoso problema dell’elettronica dal vivo:
la mancanza di performance, la difficoltà a tenere viva
l’attenzione, gente che si siede dietro a un laptop e fa
partire tutto in automatico. Le esibizioni live sono qualcosa
per pochi realmente interessati o c’è una soluzione
per rendere più coinvolgente questo particolare tipo di
concerto?
G:
Su questo argomento ci sarebbe da parlare parecchio, e io ho una
mia personalissima visione delle cose che probabilmente in molti
non condivideranno. Partendo proprio dalle tue parole prendo spunto
e poi estenderò maggiormente il discorso... Parli di "mancanza
di performances", ma a dire il vero secondo me c'è
invece, paradossalmente, persino una eccessiva proliferazione
di cosiddette performances live di musica presuntamente "sperimentale",
tanto è che nella mia casella email arrivano quotidianamente
notifiche di nuove "rassegne", singoli "concerti",
"performances"...
Il problema è che in realtà un buon 90% di queste
sono poco più di fumo negli occhi mirate a "catturare"
ingenui, incompetenti, e gente comune che ha poche conoscenze
in materia di musica sperimentale ed elettronica; si tratta infatti
per lo più di situazioni di livello qualitativo estremamente
basso che, più che all'insegna di una "vera"
e seria sperimentazione, sono piuttosto all'insegna di un più
generico e spesso patetico e autocompiacente "famolo strano"
(facciamolo strano), per citare un'espressione usata da un personaggio
di un film di Carlo Verdone... Parlo quindi proprio di "concerti"
tenuti quasi esclusivamente con un laptop e poco altro, oppure
di inconcludenti e spesso assolutamente insignificanti set di
improvvisazioni, magari di gruppo, messe sù in quattro
e quattr'otto con una faciloneria disarmante; parlo di performances
proposte in locations e contesti assolutamente inadeguati a valorizzare
una musica che, invece, richiede condizioni di fruizione molto
particolari e ben diverse da quelle richieste ad esempio da un
concerto di musica rock; parlo di "concerti" in cui
gli artisti non hanno a disposizione un palco e spesso neanche
spazio e supporti sufficienti per organizzare e montare la propria
strumentazione; parlo di performances tenute da artisti letteralmente
"sbattuti" per terra in ginocchio, come spesso anche
gli stessi ascoltatori presenti, ammucchiati alla bell'e meglio
in sale di fatiscenti centri sociali, magari disturbati dal vociare
e dal passeggiare di gente che è lì solo per caso,
e cha spesso ha in mente di tutto (bere birra, mangiare, chiacchierare
con gli amici, fumare, farsi le canne...) fuorchè assistere
in silenzio, e con la necessaria attenzione, ad una performance
live di musica sperimentale... Parlo di "concerti" tenuti
con sistemi di amplificazione assolutamente insufficienti e inadatti
a riprodurre dignitosamente le infinite sfumature che soprattutto
nella musica di tipo ambient-elettronica assumono un ruolo assolutamente
fondamentale; parlo di concerti tenuti in chiassosi e dispersivi
cortili universitari adiacenti a strade trafficate, oppure tenuti
su terrazze di stabili e condomini, nella tromba delle scale di
qualche edificio dismesso, se non addirittura nella camera da
letto dell'abitazione privata dell' "artista sperimentale"
di turno... Questo è purtroppo quello che, negli ultimi
anni, è sempre più frequentemente possibile vedere
e ascoltare per quanto riguarda la realtà della musica
presuntamente "sperimentale" proposta "dal vivo".
E' chiaro che se questo è ciò che viene abitualmente
proposto, difficilmente la musica elettronica-sperimentale italiana
potrà acquisire una certa "credibilità",
fare un salto di livello, e attirare a sè l'attenzione
di ascoltatori e organizzatori di eventi effettivamente interessati
a situazioni sonore che siano sì al di fuori dall'ordinario,
ma che al contempo siano anche di un certo valore e spessore,
e che non confondano la seria e rigorosa ricerca sperimentale
con un più semplicistico e purtroppo estremamente diffuso,
caotico e insensato "rumoreggiare" pseudo-astratto e
destrutturato.
E' inutile inoltre e anche controproducente dal mio punto di vista,
soprattutto nella situazione attuale che ho appena descritto,
cercare di "risollevare" le sorti delle performances
live puntando sulla multimedialità spinta e sul tentativo
un po' "forzato" di integrare in un' unica proposta
forme espressive diverse, quali ad esempio musica, ballo, proiezioni
di filmati, grafica, installazioni, e cose del genere...
Il più delle volte, anche in questo caso, il risultato
che si ottiene è una sorta di "minestrone" di
forme artistiche poco coese e male integrate tra loro, che impediscono
tra l'altro a chi assiste di focalizzare la propria attenzione
su un unico "soggetto", generando quindi ulteriore confusione
e senso di disorientamento...
Fermo restando dunque che, in ogni caso, credo sia necessario
rassegnarsi e prendere atto che la musica sperimentale, e parlo
di quella "vera", è e resterà probabilmente
per sempre una musica "di nicchia", inadatta per le
sue caratteristiche intrinseche e strutturali ad attirare grandi
"masse" di ascoltatori, posso dirti quale è,
dal mio personalissimo punto di vista, la "ricetta"
per restituire al mercato della musica elettronica-sperimentale
quantomeno una sua dignità e la prospettiva di un futuro
un po' più roseo di quello che si sta invece delineando
all'orizzonte... Molto semplicemente, si tratta di puntare con
decisione più sulla qualità che non sulla quantità,
imparando a distinguere ciò che di buono e di meno buono
ci viene proposto da artisti e organizzatori di eventi, e di concentrare
la propria attenzione magari su poche, specifiche situazioni,
ma che nascano all'insegna di una assoluta garanzia di qualità
e serietà scevra da compromessi... Quindi, e mi rivolgo
sia agli artisti che agli appassionati ascoltatori di musica,
disertate senza indugio, se non addirittura "boicottate",
tutte quelle situazioni che non garantiscano la fruizione delle
performances live in contesti che offrano, come minimo, un locale
dignitoso e silenzioso dedicato esclusivamente alla fruizione
del concerto, un adeguato sistema di amplificazione, un palco
o comunque uno spazio sufficiente, ben organizzato e confortevole
per consentire agli artisti di montare la propria strumentazione
ed esibirsi al meglio, comodi posti a sedere per i presenti che
verranno ad assistere alle performances.
Il concerto di un artista credo che dovrebbe tornare ad essere
una specie di "evento", ben preparato, organizzato,
curato nei dettagli, sicuramente ancora più raro, ma in
grado poi di rimanere per sempre nei ricordi e nel cuore delle
persone che sono andate ad assistervi, magari accettando di buon
grado, per l'occasione, il disagio di doversi spostare dalla propria
città e percorrere molti chilometri in automobile o in
treno per raggiungere il luogo dell'evento, o quello di dover
pagare un biglietto di ingresso che comunque, presumibilmente,
non sarà mai superiore al prezzo di una cena del sabato
sera in pizzeria...
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