Intervista
agli HALL OF MIRRORS, a cura di Lorenzo Becciani (Divine).
Pubblicata su Dagheisha, Gennaio 2010.
www.dagheisha.com
DIVINE:
Quali sono gli elementi che contraddistinguono Hall Of Mirrors
da tutti gli altri vostri progetti?
GIUSEPPE:
Non credo che si possa focalizzare uno o più elementi particolari
che possano contraddistinguere in modo preciso e univoco il progetto
HALL OF MIRRORS rispetto agli altri vari progetti, da solo e collaborativi,
che mi hanno visto partecipe negli ultimi anni.
Approcciandomi ad un nuovo progetto di norma non ricerco una particolare
“formula” a priori, e l’obiettivo che mi pongo
è sempre lo stesso, cioè cercare di realizzare musica
di buona qualità, emotivamente coinvolgente, e per quanto
possibile almeno un po’ “originale”…
Ovviamente quando si tratta di collaborazioni, l’alchimia
che in qualche modo si tende a ricercare è il miglior connubio
tra le diverse influenze ed esperienze personali che ognuno dei
partecipanti è in grado di apportare, e quindi il progetto
Hall of Mirrors in particolare è evidentemente il risultato
della “fusione” tra gli elementi più “tipici”
della musica di Andrea, e cioè atmosfere tendenzialmente
oscure e drone oriented, tempi dilatati, suoni di origine elettronica
o comunque profondamente trattati attraverso elaborazioni elettroniche,
ed elementi invece più caratteristici del mio abituale
modo di fare musica, quindi elementi di impronta etnica, sonorità
a volte distorte e più “aggressive”, uso della
chitarra elettrica, e composizioni in cui spesso risaltano momenti
di particolare impatto e dinamica.
ANDREA:
Per quanto mi riguarda, credo che una differenza significativa
tra Hall of Mirrors e i miei altri progetti sia il fatto di lavorare
insieme “fisicamente” nello stesso spazio insieme
a Giuseppe. A parte i miei progetti solisti, sono coinvolto in
altre collaborazioni con alcuni amici (Sil Muir con Andrea Ferraris
e Molnija Aura con Davide Del Col) ma i lavori creati con queste
sigle sono stati realizzati in sedi separate per “stratificazione”,
come in una specie di grande partita di ping-pong giocata a distanza.
Lavorare con un’altra persona è per me dunque l’elemento
che contraddistingue questo progetto rispetto agli altri. Passare
diverse ore al giorno insieme in studio porta il tutto ad un livello
superiore, sia per quanto concerne le possibilità di interazione
e lo scambio di idee, sia per la possibilità di raggiungere
risultati in cui la somma delle parti è davvero determinante.
Prendendo in esame i due CD di Hall of Mirrors realizzati fino
ad ora (ma senza dimenticare anche “Sator”, pubblicato
a nome Amon / Nimh), alcune sequenze di synth contenute in questi
album sono state ottenute suonando direttamente a “quattro
mani” sulla tastiera, così come particolari trattamenti
sonori sono stati realizzati in tempo reale manipolando insieme
i suoni attraverso diversi effetti contemporaneamente.
DIVINE:
Ritenete che questo album possa essere considerato come la “realizzazione”
di quelli che erano gli obiettivi al momento di dare respiro al
progetto oppure la presenza della chitarra elettrica ha comportato
un cambio di direzione?
GIUSEPPE:
Come già accennavo poco sopra, almeno per quanto mi riguarda,
di fronte ad un nuovo progetto, e quindi anche in occasione della
registrazione di un nuovo CD, mi pongo sempre in modo molto “aperto”,
e assolutamente disponibile ad ogni “deriva” stilistica
e sonora che possa comunque condurre ad un risultato interessante
e soddisfacente.
Nel caso specifico, al momento in cui con Andrea abbiamo iniziato
la registrazione dell’album, avevo già alcune idee
in mente, e avevo “abbozzato” alcune micro-strutture,
nelle quali era previsto l’uso della chitarra, che potevano
essere adottate come possibile punto di partenza per realizzare
i nuovi brani. Ne ho parlato con Andrea, a lui sono piaciute sia
le idee che gli “spunti” che avevo già
registrato su PC come possibili “linee guida”, e quindi
da questo materiale ancora abbastanza “grezzo” siamo
“partiti” lavorando fianco a fianco nella realizzazione
dei singoli brani, e successivamente nella messa a punto dell’album
nella sua versione completa e definitiva.
Voglio inoltre sottolineare il significativo contributo dei nostri
“compagni di viaggio”, Andrea Freschi (Subinterior,
Konau…) e Andrea Ferraris (Ur, Sil Muir…) che hanno
partecipato a questa “avventura” e che voglio vivamente
ringraziare, così come voglio sentitamente ringraziare
anche Stefano Gentile di Silentes, che ha accettato di pubblicare
non solo il recente “Forgotten Realm” ma anche il
precedente album “Reflections on Black”, credendo
nel progetto “Hall of Mirrors” fin dalla sua nascita,
e offrendoci con disinteressata ed entusiastica disponibilità
tutto il suo supporto e la sua ben nota e consolidata professionalità.
ANDREA:
“Reflections On Black”, il primo CD del progetto,
si concludeva con un brano costruito intorno agli arpeggi della
chitarra elettrica di Giuseppe (“Recovery”), ma anche
in altri due pezzi del disco la chitarra – questa volta
suonata da Giulio Biaggi / Nefelhein – era ben presente,
sia in forma più melodica/riconoscibile (“Entrance”)
che in forma di drone distorto (“Transmutation”).
Tra “Reflections On Black” e “Forgotten Realm”
non noto un particolare ed evidente cambio di direzione. Da questo
punto di vista il secondo CD mi sembra una degna evoluzione dei
suoni contenuti nel primo album. In realtà credo che il
significativo elemento di novità rispetto al precedente
lavoro, sia stato l’inserimento di parti più marcatamente
“etniche”; per esempio la – devo dirlo: stupenda
- parte di thai flute presente nel brano “Gates of Namathur”
e il didgeridoo – seppur sommerso nel “climax”
del momento – in “Decadent Splendour”. Mi unisco
a Giuseppe nel sottolineare il valore dei contributi – determinanti,
in alcuni frangenti - di Andrea Freschi e Andrea Ferraris, nostri
ospiti in questo secondo capitolo, e nel ringraziare Stefano di
Silentes per la pubblicazione dei nostri dischi.
DIVINE:
Il vostro legame con l'Abruzzo si è rafforzato adesso che
quella terra ha dovuto subire un tracollo fisico e finanziario?
GIUSEPPE:
Quello che è successo in Abruzzo è davvero sconvolgente,
e la cosa mi ha toccato profondamente perché è una
terra cui sono strettamente legato fin dalla mia infanzia: mio
padre è nato a L’Aquila e tutt’ora vive lì.
Nei giorni delle scosse di maggiore intensità, e anche
nei mesi successivi in cui la terra ha comunque continuato a tremare,
per fortuna mio padre si trovava a Roma, ma abbiamo vissuto con
grande apprensione e sconcerto le notizie che via via ci arrivavano,
tramite TV, ma soprattutto attraverso amici, parenti e conoscenti
che si trovavano lì. Seppure in misura lieve, la stessa
casa dove sono solito passare parte delle mie vacanze estive è
stata danneggiata, e tutt’ora è parzialmente inagibile.
In realtà con Andrea avevamo programmato da tempo di tornare
in Abruzzo a registrare il terzo CD di “Hall of Mirrors”
proprio nel periodo in cui poi si sono verificati gli sciami sismici,
ma a causa di quello che stava succedendo abbiamo ovviamente preferito
rinunciare. In realtà, ancora a distanza di tanto tempo,
non riesco a rendermi pienamente conto di quello che è
veramente accaduto… Di fatto L’Aquila, almeno così
come mi piace ricordarla, non esiste più, e, nonostante
il grande sforzo che è stato oggettivamente compiuto per
riuscire in tempi davvero brevi ad offrire a molta gente quanto
meno una sistemazione e un alloggio dignitoso, credo che purtroppo
nessuno abbia veramente in mente di tornare a ricostruirla. Parlo
ovviamente di chi ha (o avrà in futuro…) il potere
politico; la gente del posto continua ancora a sognare e chiedere
con determinazione la ricostruzione e la rinascita della città,
ma credo che in realtà siano pienamente consapevoli che
si tratti soltanto di un sogno, un’illusione, e non di una
reale e concreta prospettiva futura. Fa male pensarlo… e
forse ancora di più dichiararlo così apertamente…
ma pur con grande angoscia penso che questa sia la realtà
dei fatti, ed è sufficiente percorrere a piedi le poche
centinaia di metri di quello che era il Corso, e il “cuore
pulsante” de L’Aquila, cioè l’area dei
portici e della piazza centrale (il resto del centro è
tuttora chiuso e non “visitabile”) per rendersene
conto. Gli unici edifici che molto probabilmente torneranno presto
al vecchio splendore saranno come al solito, e non certo per il
mero valore artistico-architettonico, soltanto le chiese e in
generale gli edifici di particolare interesse religioso…
Perenni ed emblematici monumenti all’ “atavico”
predominio e alla “egemonia culturale” della superstizione
rispetto ai valori della ragione e alle reali e concrete necessità
del genere umano.
ANDREA:
Essendo originario del Nord Italia, al contrario di Giuseppe non
ho un legame parentale con questa regione, ma ho comunque avuto
modo di passare un po’ di tempo nelle provincia de L’Aquila
negli ultimi 7-8 anni insieme a Giuseppe e a sua moglie. I terremoti
mi hanno sempre fatto una grande impressione e ricordo in particolare
quello che colpì l’Irpinia nel 1980 quand’ero
bambino. Fa’ un enorme differenza però l’essere
stato a L’Aquila prima del disastro, riconoscere poi in
TV le piazze e le strade in cui ho camminato e vederle devastate.
Non riesco nemmeno lontanamente ad immaginare che dolore possano
provare le persone che abitano la città e coloro che sono
originari di quei luoghi. E’ devastante poi apprendere di
come la speculazione – finanziaria e politica - e il malgoverno
abbiano avuto un ruolo determinantemente nefasto sia nel “prima”
che nel “dopo” di un evento simile. Spero vivamente
che la città possa riprendersi nei prossimi anni, sebbene
mi trovi concorde con l’analisi fatta da Giuseppe. Altresì
a livello personale mi auguro che nonostante tutto sia presto
possibile lavorare al prossimo capitolo di Hall of Mirrors negli
stessi luoghi e con le stesse modalità di sempre.
DIVINE:
Avete intenzione di suonare dal vivo o partecipare a installazioni
di arte contemporanea?
GIUSEPPE:
Personalmente le mie apparizioni dal vivo sono estremamamente
rare, e questo perché il genere di musica che abitualmente
registro e propongo su CD è sostanzialmente musica “da
studio”, realizzata cioè attraverso metodi di lavorazione
e processi di editing che non sono tecnicamente riproducibili
in un contesto “live”. Talvolta però, in formazione
con altri amici musicisti, ho partecipato volentieri ad alcune
performances dal vivo, sempre in contesti molto selezionati, e
in grado di garantire le migliori condizioni, sia per chi è
impegnato sul palco a proporre la propria musica, sia per chi
è in sala e merita di poterla fruire in condizioni d’ascolto
ottimali. Al momento non abbiamo comunque in programma esibizioni
dal vivo, seppure in un futuro più o meno remoto la possibilità
non è del tutto esclusa. Per ragioni in qualche modo analoghe
non sono particolarmente interessato a partecipare ad installazioni
di arte contemporanea, giacchè credo che il genere di musica
che proponiamo, basato spesso su lente dinamiche, sottili sfumature,
quasi impercettibili dettagli, progressive e cangianti variazioni
timbriche, possa essere fruito e apprezzato al meglio solo attraverso
ascolti attenti e “dedicati”, e non quindi come semplice
“sottofondo sonoro” in situazioni in cui il reale
“soggetto” su cui è convogliata l’attenzione
di chi viene a fruire l’installazione è evidentemente
un altro. Anche da convinto “sostenitore” di un approccio
più tradizionalmente “monomediale” alle arti,
in tempi in cui invece impera ovunque una sorta di multimedialità
spesso fin troppo “forzata”, credo che una musica
che nasca esclusivamente per essere “ascoltata”, quindi
non composta espressamente per fungere da “background”
per una installazione di arte contemporanea, non sia troppo adatta
allo scopo; e comunque il modo migliore per apprezzarla e comprenderla
al meglio sarà sempre e comunque una più “classica”
esibizione dal vivo oppure (meglio ancora) un attento ascolto
attraverso un CD riprodotto da un impianto stereo di buona qualità.
ANDREA:
Anch’io non mi sento di escludere completamente la possibilità
che in futuro Hall of Mirrors possa proporsi dal vivo, sebbene
la cosa al momento non sia in programma. Negli ultimi anni ho
avuto modo di suonare dal vivo di tanto in tanto. Quando ho cominciato
la cosa mi stimolava molto, ma con il passare del tempo ho perso
interesse e per ora ho deciso di interrompere, seppur non “ufficialmente”
questo tipo di attività.
DIVINE:
Esiste una sala degli specchi che riflette l'immagine che vi siete
fatti nella vostra mente?
GIUSEPPE:
L’idea della “Sala degli Specchi” è in
realtà un concetto piuttosto “astratto”…
una suggestione… Un’immagine che nella mia mente appare
ancora confusa, sfocata, imprecisa, evenescente… Non ho
mai cercato di metterla “a fuoco” troppo seriamente
a dire il vero, né come immagine (ma di certo la vedrei
come un’immagine in bianco e nero), né più
razionalmente come concetto… ma secondo me va bene ed è
giusto così….
ANDREA:
Non riesco a non associare la “Sala degli Specchi”
con la meravigliosa opera di Niki de Saint Phalle intitolata “L’imperatrice/Sfinge”
ospitata nell’incredibile “Giardino dei Tarocchi”
che si trova in Toscana dalle parti di Capalbio in provincia di
Grosseto. Le pareti interne e il soffitto della costruzione sono
totalmente ricoperte da frammenti di specchi ed anche parte dell’arredamento
lo è… Pare che durante la costruzione del giardino
– durata più di diciassette anni – l’artista
abbia abitato in questa casa “magica” per lunghi periodi
di tempo. Si tratta di un posto davvero fantastico di cui consiglio
assolutamente la visione a chiunque!
DIVINE:
Che rapporto avete con la musica etnica?
GIUSEPPE:
Personalmente molto buono. Amo la musica etnica, ovviamente non
tutta e non indistintamente, mentre invece non amo affatto quelle
forme musicali di matrice folkloristico-popolare che troppo spesso
vengono erroneamente definite “musica etnica”.
E’ un errore molto comune anche tra molti “addetti
ai lavori” che confondono spesso e con estrema facilità
tali espressioni musicali con quella che invece è la più
“vera”, antica, pura e genuina musica etnica. E’
sicuramente vero che entrambi i “generi” sono accomunati
da una sostanziale appartenenza a determinate e circoscritte aree
geografiche, ma definire parimenti “musica etnica”,
tanto per fare un esempio la “Tammurriata nera”, canzone
popolare napoletana composta poco più di cinquanta anni
fa, e la millenaria musica tradizionale-rituale degli aborigeni
australiani, è evidentemente una grande forzatura, o quanto
meno una eccessiva semplificazione.
Aggiungo ancora che ascolto abitualmente musica etnica, e che
possiedo e utilizzo spesso nei miei CD strumenti etnici (seppure
in modo non proprio “convenzionale”), per lo più
di origine asiatica, personalmente reperiti (talvolta anche con
una certa difficoltà) soprattutto in Thailandia.
ANDREA:
Beh, tra noi due il più competente – e appassionato
- della materia è sicuramente Giuseppe. Non ho mai approfondito
molto la conoscenza dell’argomento e le mie sporadiche frequentazioni
del genere si limitano alla musica Qawwali di Nusrat Fateh Ali
Khan, diffusa nel mondo grazie anche all’etichetta Real
World di Peter Gabriel, e alla musica Gamelan indonesiana.
DIVINE: Come avete
composto le tracce di 'Forgotten Realm' e che tipo di strumentazione
avete utilizzato?
GIUSEPPE:
“Forgotten Realm” è stato composto e registrato
tra maggio e ottobre del 2007, seppure la parte preponderante
del lavoro risale più specificatamente ad agosto/settembre,
periodo durante il quale ci siamo trasferiti in Abruzzo per alcune
settimane, portando con noi la strumentazione e tutto quanto necessario
a registrare l’album. Quanto a strumentazione… abbiamo
utilizzato un po’ di tutto. Sintetizzatori digitali, analogici,
sintetizzatori e sequencers software, campionatori, effetti e
multieffetti vari, chitarra elettrica… ma anche didgeridoo,
flauto, field recordings, sorgenti sonore di vario tipo e genere,
di tipo acustico ed elettronico. Il tutto ovviamente “organizzato”
ed elaborato in vario modo attraverso l’uso di un versatile
software di montaggio audio.
ANDREA:
Alcuni dei brani che compongono il CD (“The Crossing”,
“Decadent Splendour” e “The Crossing”)
sono stati realizzati partendo dalle “micro-strutture”
a base di chitarra a cui si riferiva Giuseppe rispondendo a una
precedente domanda, approntate da lui in quel di Roma. Partendo
da lì, una volta in Abruzzo abbiamo aggiunto altre parti
sperimentando insieme diverse soluzioni, introducendo anche i
field-recordings e le basi “donateci” da Andrea Ferraris
e Andrea Freschi, amalgamando il tutto con un accurato mixaggio.
Altresì abbiamo registrato altri due brani ex-novo (“Gates
of Namathur” e “Among the Ruins”) con i quali,
nella stesura della scaletta, abbiamo deciso di inframezzare i
tre precedenti. Data la “corposità” del disco,
abbiamo preferito escludere un’ulteriore brano approntato
in quell’occasione riservandoci di destinarlo eventualmente
a futuri utilizzi slegati da un album, per esempio su una compilation.
Tra i vari strumenti elettronici utilizzati vorrei menzionare
i sintetizzatori Korg MS20 e Roland JD-800, e il campionatore
Akai S6000.
DIVINE:
Quali sono gli artisti dark ambient che trovate interessanti?
GIUSEPPE:
Il termine “dark ambient” include sicuramente un’ampia
serie di sotto-generi, spesso dai “contorni stilistici”
non ben definibili e “classificabili”…
Ad ogni modo, intendendo il temine “dark-ambient”
in senso molto lato, posso dire che ci sono moltissimi artisti,
anche piuttosto diversi tra loro, che stimo, apprezzo, e ascolto
abitualmente, o che magari ho particolarmente apprezzato in passato.
Senza alcun ordine di preferenza posso citare come nomi sicuramente
più noti Nordvargr, Desiderii Marginis, Lustmord, Thomas
Köner, Kammarheit, Caul… Ci sono però molti
altri artisti meno noti che io stesso conosco più marginalmente,
e dei quali ho avuto modo di ascoltare album anche molto molto
interessanti. Parlando invece di artist/progetti italiani i primi
nomi che mi vengono in mente sono sicuramente New Risen Throne,
Eidulon, Olhon, Aethere, Subinterior...
ANDREA:
Utilizzando la sigla “Dark Ambient” nell’accezione
più ampia del termine e includendo quindi tutto li movimento
“Ambient Industrial” direi innanzitutto l’Italiano
Bad Sector, poi i Maeror Tri, il “mostro sacro” del
genere Lustmord, Thomas Köner, Alan Lamb, Cisfinitum, Subinterior,
Ornament…
DIVINE: Chi si è
occupato dell'artwork e quale significato possiamo dargli?
GIUSEPPE:
Anche in questo caso abbiamo lavorato insieme alla sua progettazione
e realizzazione. Cercando delle immagini che potevano in qualche
modo “descrivere” opportunamente il contenuto e le
atmosfere del CD abbiamo selezionato di comune accordo delle belle
foto scattate da mio fratello durante alcuni suoi viaggi nel sud-est
asiatico. Quindi partendo da una mia prima rudimentale “bozza”
per una possibile “front cover” Andrea ha poi ampliato
e sviluppato in modo straordinario l’idea di base, ottenendo
un risultato finale che considero davvero straordinario e che
personalmente non sarei mai stato in grado di ottenere. Quanto
al significato, credo che molto semplicemente sia un artwork che
descriva bene le atmosfere oscure, decadenti ma al tempo stesso
“imponenti” e a tratti persino “epiche”
che è possibile riscontrare nella musica del CD. I “soggetti
monumentali” di templi e rovine di antichi imperi asiatici
è inoltre una ulteriore “connessione” con il
mio personale interesso verso l’Asia e verso la musica etnica,
la cui influenza è comunque percepibile, seppure in modo
piuttosto “subliminale”, in alcune parti dell’album.
ANDREA:
Sulla realizzazione dell’artwork direi che ha già
detto tutto Giuseppe, le foto scattate da suo fratello sono semplicemente
fantastiche e dal mio punto di vista è stato molto significativo
poter attingere ad un tale patrimonio di materiale assolutamente
originale per le grafiche del nostro disco. La scaletta dei brani
di “Forgotten Realm”, così come anche quella
del precedente CD, è una sorta di viaggio/percorso e credo
che non avremmo potuto trovare supporto iconografico migliore
per descriverlo se non nelle foto di Enrico.
DIVINE:
Come sono nate le collaborazioni con Andrea Freschi e Andrea Ferraris?
GIUSEPPE:
Molto semplicemente sia io che Andrea Marutti siamo in contatto
con entrambi da anni, ne abbiamo grande stima e apprezziamo la
musica che solitamente producono, e quindi al momento in cui abbiamo
iniziato a pensare a quali avrebbero potuto essere i nostri “compagni
di viaggio” per il secondo capitolo di “Hall of Mirrors”
i nomi di Andrea Freschi e Andrea Ferraris sono stati tra i primi
a saltare fuori…
ANDREA:
Mi sento molto legato ad Andrea Ferraris e Andrea Freschi, entrambe
sono persone dotate di un’onestà ineccepibile, una
cosa diventata ormai molto rara al giorno d’oggi. Con Andrea
Freschi ho avuto modo di collaborare pubblicando su Afe due CD-R
del suo progetto Subinterior, mentre la sua Opaco Records ha ospitato
il primo album pubblicato a mio nome intitolato “The Brutality
of Misbreathing”. Ho avuto modo di pubblicare anche materiale
di Andrea Ferraris con la sua “Industrial Band” Ur,
che tra l’altro è stata battezzata dal vivo nel 2005
proprio durante il party per i festeggiamenti del decennale di
attività dell’Afe Records. Come scrivevo già
più sopra, Andrea Ferraris ed io collaboriamo insieme al
progetto Sil Muir, il cui primo CD è stato pubblicato la
scorsa estate su Diophantine negli USA. I field-recordings di
Andrea Freschi in “Gates of Namathur” hanno dato un’enorme
spinta in più al brano, mentre la chitarra “trasfigurata”
di Andrea Ferraris che chiude “Among the Ruins” ha
un che di soprannaturale… Un grande grazie ad entrambi!
DIVINE:
Lasciate un commento su ognuna delle cinque composizioni..
GIUSEPPE:
Mi riesce sempre molto difficile “commentare” in qualche
modo la musica che io stesso realizzo… Proverò magari
a sottolineare qualche elemento che dal mio punto di vista è
interessante rilevare…
“The Crossing” è evidentemente un lungo brano
di tipo introduttivo. Inizia con atmosfere abbastanza “statiche”
e tipicamente “drone oriented” per poi, un po’
“a sorpresa”, introdurre a sua volta il suono di una
chitarra elettrica effettata dal suono molto “morbido”,
ma con bassi “pulsanti”, che ricorrerà anche
in altre parti del CD.
“Gates of Namathur” è forse il brano che personalmente
preferisco. Qui la chitarra elettrica è assente, e compare
invece, anche qui piuttosto “a sorpresa”, il suono
molto trattato di un flauto thailandese ( “khlui”)
che caratterizza il brano donandogli un’impronta vagamente
“etnico-rituale”, molto in linea, come atmosfere,
con le immagini utilizzate per le grafiche del CD.
In “Decadent Splendour” torna il suono piuttosto “etereo”
di una chitarra, non troppo dissimile da quella presente in “The
Crossing”, ma la struttura del brano è molto diversa.
Nella parte finale in particolare emerge una parte molto “rumorosa”,
ritmica, quasi industriale, su cui è sovrapposta in sincrono
una parte ritmica di didgeridoo che, nell’amalgama sonoro,
appare quasi indistinguibile dalla parte ritmica “sintetica”.
“Among the Ruins” inizia apparentemente come un “placido”
e fluttuante brano tipicamemente “ambient”, ma una
lenta e progressiva “metamorfosi” trasfigura completamente
le atmosfere e le sonorità, che divengono molto più
aspre, distorte, metalliche, “aggressive”, culminando
in un picco dinamico che poco oltre scema in uno pseudo-silenzio
dominato da profondi drones di sottofondo, sovrapposti ad una
parte di chitarra trattata di Andrea Ferraris che al momento del
montaggio audio ci è parsa assolutamente “perfetta”
per chiudere “in bellezza” il brano…
“The Fortress” è il brano più “atipico”,
come sonorità e atmosfere, rispetto agli altri brani del
CD.
La presenza di parti di sequencer accostate a ritmiche cadenzate
e “tocchi melodici” di pads sintetici dal sapore vagamente
“epico”, il tutto poggiato su substrati di drones,
fruscìi, disturbi, ronzìi e arpeggi di chitarra,
ne fa un capitolo un po’ “a sé” rispetto
al resto del CD. Una chiusura intenzionalmente un po’ “spiazzante”
che, in un certo senso, “accende” il dubbio su quale
sarà la possibile “direzione” del futuro Terzo
Capitolo del progetto Hall of Mirrors.
ANDREA:
Già, chissà… Nel frattempo, buon ascolto!
<<< BACK
|