Intervista
agli HALL OF MIRRORS, a cura di Fabrizio Garau.
Pubblicata su Audiodrome, Marzo 2010.
www.audiodrome.it
FABRIZIO:
Due sono i protagonisti dell’intervista. Andrea Marutti,
cioè Amon, Afe Records e altro ancora, è attivo
da più di dieci anni nell’ambito dell’elettronica
sperimentale e ambientale. Il suo approccio alla materia è
molto austero e minimalista: facile parlare di dark ambient, anche
se ci si deve aspettare tanta profondità e tanto buio,
ma non rintocchi di campane a morto o rigurgiti lovecraftiani.
Giuseppe Verticchio, cioè Nimh, moniker con il quale si
muove lungo gli stessi territori di Andrea, ma con un occhio alla
contaminazione con la musica etnica e non solo. Amici da tempo,
pubblicano per Eibon una prima collaborazione Amon / Nimh, poi
si ritrovano in uno stesso studio per dare vita ai due episodi
di un nuovo progetto, Hall Of Mirrors, nel quale i loro pregi
– come minimo – si sommano, dando vita a due dischi
incisivi e vari, il primo più sepolcrale, il secondo più
arioso e composito. Andrea e Giuseppe, tra l’altro, riescono
a coagulare intorno ad Hall Of Mirrors tutta una serie di contributi
di altri sound artist italiani, così che entrambi i dischi
mostrano un’interessante rete di rapporti che forse è
eccessivo definire scena, ma che convince a tener d’occhio
quanto succede attorno a determinate etichette di casa nostra.
Banale, ma perché “Hall Of Mirrors”?
GIUSEPPE:
A dire il vero non c’è una ragione precisa…
Molto semplicemente quando abbiamo registrato l’album “Reflections
on Black”, al quale avevano collaborato come “ospiti”
anche Nefelheim e Daniela Gherardi, abbiamo scelto di comune accordo
di dare un nome specifico a questo nostro progetto. Nelle nostre
intenzioni il progetto prevede la presenza di un “nucleo”
fisso, io e Andrea ovviamente, e la partecipazione, ad ogni nuovo
album, di altri amici/musicisti “invitati” di volta
in volta. Nei giorni in cui ci trovavamo in Abruzzo a registrare
il primo album abbiamo ovviamente parlato a lungo a proposito
del possibile nome da dare al progetto, e quando Andrea, tra le
altre varie ipotesi, ha suggerito appunto “Hall of Mirrors”
mi è parso subito un nome perfetto, adeguato al genere
di musica che stavamo registrando, e molto “evocativo”
... Magari Andea può dirti di più su come è
venuta a lui per primo l’idea di utilizzare proprio questo
nome…
ANDREA:
Come diceva Giuseppe, mentre valutavamo varie idee riguardo al
nome da dare al nuovo progetto, all’improvviso dal cilindro
è spuntato “Hall of Mirrors”. Al di là
della suggestione che questa sigla infonde, il nome mi è
parso subito ben rappresentativo della nostra scelta di avere
in ogni disco degli “ospiti” diversi: una “sala
degli specchi” che riflette non soltanto me e Giuseppe dunque,
ma anche tutti gli altri amici/musicisti che l’attraversano,
con l’intenzione di avere – tradotte in musica –
immagini sempre diverse.
FABRIZIO:
Molto spesso le collaborazioni tra musicisti elettronici –
ma non solo, ormai - avvengono con uno scambio di file. Voi come
vi siete trovati a essere nello stesso studio assieme. Che vantaggi
vi ha portato?
GIUSEPPE:
Poter lavorare insieme per giorni interi, fianco a fianco, di
fronte agli strumenti, è sicuramente un’esperienza
più gratificante, diretta e probabilmente anche più
“efficace” rispetto ad esperienze collaborative che
si risolvano esclusivamente attraverso un processo più
o meno articolato di scambio di files e interventi di registrazione,
composizione, editing e montaggio audio “a distanza”…
Lavorando insieme sicuramente si riesce a trovare il miglior punto
di “equilibrio” tra le diverse “attitudini”
delle persone coinvolte, vengono meglio valorizzati i singoli
apporti, e soprattutto è possibile sviluppare e portare
avanti in tempo reale e in piena “sintonia”, istante
dopo istante, ogni nuova idea, ogni nuovo spunto, ogni nuova “invenzione”…
Sicuramente si guadagna molto in originalità, le possibilità
di espressione si espandono in modo significativo, e il naturale
“filtro” costituito dalla necessità di dover
condividere i risultati che via via si vanno ad ottenere è
forse anche una maggiore “garanzia di qualità”,
giacchè laddove, ad esempio lavorando su un brano, una
soluzione adottata non dovesse convincere a pieno l’uno
o l’altro, si è maggiormente motivati ad intervenire
ulteriormente e a ricercare un risultato ancora migliore e ancora
più “convincente” per entrambi…
ANDREA:
Direi che sin dalla prima volta ci siamo trovati molto bene, i
vantaggi sono molteplici come ha già illustrato Giuseppe.
Il più importante ritengo sia l’interazione del momento,
il poter appoggiarsi/agire sull’idea dell’altro -
magari proprio mentre questa nasce – e dare un corso differente
ad intuizioni che prenderebbero una piega diversa se sviluppate
da noi singoli in separata sede. E poi anche il lavorare a “quattro
mani” in tempo reale su sintetizzatori, effetti, etc. da’
una certa soddisfazione e permette di ottenere risultati più
“ricchi”.
FABRIZIO:
A Forgotten Realm partecipano Andrea Ferraris e Andrea Freschi,
altri due italiani che si muovono nei vostri stessi ambiti musicali
e con i quali le strade possono incrociarsi abbastanza facilmente,
ad esempio comparendo su una stessa etichetta, su una stessa compilation
o collaborando. Cos’hanno dato al disco?
GIUSEPPE:
Il loro contributo è stato senz’altro importante.
Pur non essendo “fisicamente” presenti durante la
registrazione di “Forgotten Realm”, avendoci di fatto
fornito delle parti preregistrate che io e Andrea Marutti abbiamo
utilizzato in modo assolutamente libero e incondizionato durante
la realizzazione del CD, debbo dire che una parte significativa
dei suoni che è possibile ascoltare su “Forgotten
Realm” è proprio costituita da quelle “basi”
che Andrea Freschi e Andrea Ferraris ci hanno gentilmente messo
a disposizione, e che in qualche modo hanno comunque contribuito
a caratterizzare il “sound” generale del disco.
ANDREA:
Hanno dato molto ed il loro contributo è stato assai prezioso,
in particolare ricordo i field-recordings di Andrea Freschi sotto
al flauto di Giuseppe nel brano “Gates of Namathur”
e la chitarra quasi irriconoscibile di Andrea Ferraris nel finale
di “Among the Ruins”.
FABRIZIO:
Poco tempo fa ho recensito l’esordio di Luminance Ratio
(Eugenio Maggi, Andrea Ferraris, Gianmaria Aprile). Su Silentes,
tra le altre cose, è uscito invece il progetto Maribor.
Senza usare il termine “scena”, si può dire
con tutte queste collaborazioni che per i suoni ambient, industrial
e sperimentali in Italia qualcosa si stia muovendo di più?
GIUSEPPE:
Sicuramente in Italia, ma debbo dire anche in senso più
generale, c’è un evidente “proliferare”
di artisti, progetti, etichette e realtà di vario genere
che in qualche modo si muovono nei “territori” della
musica ambient, industriale, sperimentale e dintorni… In
parte questo è sicuramente dovuto al diffondersi delle
nuove tecnologie, che ormai consentono più o meno a tutti,
con investimenti economici estremamente contenuti e conoscenze
tecniche anche molto modeste, di allestire in casa un piccolo
studio di registrazione, un sistema di produzione e duplicazione
di CD-R, incluse stampa di grafiche di buona qualità e
così via. Anche i costi dei sintetizzatori, o in senso
generale di apparecchiature elettroniche e strumenti “base”
sono sicuramente più “abbordabili”, e questo
senza considerare che con un PC e qualche buon software è
ormai possibile fare cose assolutamente impensabili fino a poco
più di un decennio fa… Tutto ciò è
sicuramente positivo per molti aspetti, ma al tempo stesso debbo
dire che negli ultimi anni ho notato purtroppo un generalizzato
livellamento verso il basso e “appiattimento” della
qualità di quanto viene prodotto e circola in ambito elettronico-sperimentale.
Ovviamente non mi riferisco ai nomi che hai appena citato, che
invece sono artisti che stimo e apprezzo da tempo, ma l’impressione
che ho è che la maggiore diffusione e l’apparente
maggiore interesse verso questo genere di musica vada di pari
passo con la diffusione di un approccio molto più “superficiale”
alla stessa (superficialità dilagante peraltro non solo
in ambito musicale…) che sta letteralmente soppiantando
quel più “genuino”, rigoroso, e soprattutto
molto più ambizioso spirito di ricerca e di sperimentazione
che, almeno fino ad alcuni anni fa, era caratteristico di chi
si dedicava a questo genere di musica. Questa non vuole essere
una critica gratuita a tutti gli operatori del settore, giacchè
per fortuna esistono sempre artisti ed etichette che continuano
a produrre e diffondere musica di ottimo livello; ma Il problema
è che, a fronte di questo ormai “sterminato oceano”
di offerte musicali di livello spesso medio-basso e proposte sotto
ogni forma e attraverso ogni canale (CD, DVD, vinile, CD-R, DVD-R,
MP3, streaming in rete, performances live…), molti artisti
veramente validi, e molte etichette seriamente impegnate nella
produzione di musica di buona qualità, rischiano talvolta
di non riuscire ad emergere, di perdere visibilià, e talvolta,
quando si tratta di realtà già consolidate nel tempo,
di vedersi addirittura sottratti, nel “caos” generale,
quegli spazi conquistati con decenni di serio impegno, dedizione,
e lavoro appassionato.
ANDREA:
Io credo che le collaborazioni di cui parli, a livello generale,
siano più che altro mosse dallo spirito di amicizia e dalla
stima reciproca di chi le intraprende. L’entusiasmo di chi
conosco personalmente e si muove a vario titolo nell’ambito
della musica Ambient / Industrial / Sperimentale è pressochè
sempre ad ottimi livelli, ma per quanto entusiamo si possa trasudare
restiamo sempre una nicchia nella nicchia. A livello personale
non ritengo che In Italia ci sia qualcosa che si muove più
del solito, penso che ci vorranno decenni per uscire dall’appiattimento
culturale che permea la nostra società, se mai ne usciremo.
FABRIZIO:
A questo riguardo, quanto è importante il lavoro di Silentes?
GIUSEPPE:
Sicuramenta la mia risposta a questo quesito non può essere
assolutamente “imparziale”, giacchè Silentes
ha di fatto prodotto in questi ultimi anni quasi tutta la musica
che ho personalmente realizzato, sia attraverso il mio progetto
solista Nimh, sia attraverso altri progetti di tipo collaborativo.
Ad ogni modo credo di poter dire con certezza che Stefano Gentile,
sia in questi primi cinque anni di attività (appena “festeggiati”)
della nuova etichetta Silentes, sia nel decennio precedente attraverso
l’ormai “mitica” etichetta Amplexus, ha offerto
un contributo immenso alla promozione e alla diffusione della
migliore musica ambient-elettronica-sperimentale, non solo italiana
ma anche internazionale. Se in passato, attraverso Amplexus, si
è dedicato soprattutto alla diffusione di musica d’impronta
più spiccatamente ambient-rituale, producendo artisti quali
Steve Roach, Vidna Obmana, Amir Baghiri, Mathias Grassow, Michael
Stearns, Aube, Alio Die, Amon, con Silentes ha significativamente
“espanso” il suo raggio d’azione, abbattendo
quelle “barriere stilistiche” che avevano caratterizzato
(ma al tempo stesso anche un po’ “limitato”)
l’attività di “Amplexus”, e aprendo le
porte anche ad altre e più variate forme di sperimentazione
sonora. In questa nuova ottica hanno quindi trovato opportuna
collocazione pubblicazioni di artisti/progetti attivi in aree
stilistiche molto più differenziate, quali Maurizio Bianchi,
Mauthausen Orchestra, Rod Modell, Michael Mantra, Aube, Seele,
Seamus, Muridae…
Un contributo assolutamente notevole insomma.
ANDREA:
Il lavoro di Silentes è molto importante, così come
quello di ogni altra etichetta parimenti “seria” che
si occupi della produzione di queste estreme frange musicali.
Servono etichette e persone “aperte” che investano
– anche e soprattutto – a lungo termine sui musicisti;
Stefano lo fa’ in modo eccellente con gran dispendio di
risorse ed energie, nonché dell’entusiasmo a cui
facevo riferimento rispondendo alla domanda precedente.
FABRIZIO: A pensarci,
è curioso come tutti e due partiate da solisti e negli
ultimi tempi siate giunti a lavori sempre più “di
gruppo”, sempre con persone diverse, pratica decisamente
più semplice in ambito elettronico che in quello rock,
anche se ormai tutto accade ovunque. È un percorso che
seguite consciamente oppure negli anni è inevitabile?
GIUSEPPE:
Personalmente
ho sempre amato fare musica in modo molto vario. Al di là
delle esperienze collaborative, anche ascoltando i miei vari CD
solisti come Nimh appare abbastanza evidente la mia naturale e
istintiva propensione per la continua ricerca di nuove forme sonore,
nuovi percorsi musicali che non siano mai troppo simili a sé
stessi, a quanto già fatto in passato, o a quanto già
proposto e abbondantemente “collaudato” negli anni
da altri artisti. E’ quindi assolutamente “fisiologico”
che, in quest’ottica di continua e “aperta”
ricerca di nuove soluzioni e nuovi stimoli, nasca talvolta anche
l’idea di portare avanti progetti collaborativi con altri
artisti, soprattutto quando questi sono anche degli amici, delle
persone con cui mi trovo in particolare “sintonia”
e per cui provo sincera stima. Queste collaborazioni nascono il
più delle volte in modo molto spontaneo, e sono solitamente
molto gratificanti in quanto mi consentono, come nel caso dei
CD realizzati con Andrea come “Hall of Mirrors”, di
portare a compimento degli album che altrimenti con le mie sole
forze, attitudini e capacità non avrei mai potuto realizzare.
ANDREA:
Per me le collaborazioni si inseriscono in una specie di percorso
“evolutivo”; mi sembra naturale che dopo anni e anni
passati a fare musica per conto proprio ad un certo punto si senta
la voglia di provare a farlo insieme ad altre persone. Senza dimenticare
poi il ruolo determinante che l’amicizia ha in tutto ciò
e di come sia interessante conoscersi meglio confrontandosi anche
in ambito “artistico”.
FABRIZIO:
Saranno artwork e titoli a influenzarmi, ma non sembra anche a
voi che Reflections On Black sia più catacombale, mentre
Forgotten Realm, che comunque solare non è, dia l’idea
di trovarsi di più all’aperto, come se succedessero
più cose? In ogni caso, c’era una pianificazione
dietro a questi primi due album?
GIUSEPPE:
Mi trovo sostanzialmente d’accordo con te. Probabilmente
il nuovo “Forgotten Realm” appare effettivamente meno
claustrofobico/catacombale rispetto al precedente “Reflections
on Black”. Nonostante la “formula” sia rimasta
sostanzialmente simile, credo che quello che dà un senso
di maggiore “apertura” e “respiro” al
nuovo album sia il modo diverso in cui è stata usata la
chitarra elettrica, e l’effettistica in senso più
generale. Il suono della chitarra è molto “morbido”,
fluido, dilatato, arricchito di riverberi dal decadimento molto
lungo e lento, così come un’effettistica piuttosto
simile è stata applicata anche alla parte di flauto di
“Gates of Namathur”… La mia idea è che
sia proprio questo elemento a donare un senso di maggiore “apertura”
al sound che caratterizza ampie parti del nuovo album. Quanto
alla pianificazione… Avendo registrato entrambi i CD in
Abruzzo nei periodi estivi, lavorando fianco a fianco e non attraverso
uno “scambio di files” a distanza, c’è
stata soltanto quel minimo di pianificazione necessaria ad organizzare
la cosa dal punto di vista prettamente “logistico”.
Nulla di particolare neanche per quanto riguarda il “concept”
per così dire, o accordi preventivi su quello che avrebbe
dovuto essere il “contenuto sonoro” finale del CD.
Semplicemente abbiamo portato con noi tutto quanto avrebbe potuto
essere utile alla registrazione dell’album, ci siamo messi
davanti agli strumenti per alcuni giorni, e da lì abbiamo
passo dopo passo concepito e sviluppato la musica, le idee per
i titoli, le immagini per le grafiche e quant’altro. L’unica
cosa che avevamo pianificato con largo anticipo era la partecipazione
di Andrea Freschi e Andrea Ferraris come “ospiti”,
e ovviamente prima di incontrarci per la registrazione del CD
avevamo provveduto a raccogliere il loro contributo in forma di
files audio.
ANDREA:
No,
nessuna pianificazione, i dischi sono il frutto di periodi di
tempo passati insieme in cui più o meno tutto ha preso
forma. Le sequenze dei brani, gli artwork e i titoli sono complementari
e vorrebbero per l’appunto suggerire dei percorsi che sono
perfettamente compatibili con quelli che hai esposto nella tua
domanda.
FABRIZIO:
In questi anni molta ambient parte dalla chitarra. Non è
stato sempre così, anche se Fripp e Eno qualcosa pur vorranno
dire. In Hall Of Mirrors la chitarra viene utilizzata in chiave
ambientale, ma non dimenticate il consueto “armamentario”
fatto di synth, campionamenti e così via. Cosa dà
in termini di suono che non possa essere ottenuto per via digitale?
GIUSEPPE:
Per quanto possa apparire strano, debbo dire di non essere particolarmente
“attratto” dalle apparecchiature elettroniche per
quanto riguarda la generazione dei suoni e la costruzione delle
parti fondamentali che fungono da “ossatura” per realizzare
un brano, o in senso più generale una composizione. In
realtà ho sempre considerato le apparecchiature elettroniche,
generatori di suoni ed effetti, come una componente sicuramente
indispensabile ma sostanzialmente “di contorno”, di
“riempimento”, di “ausilio” a processi
compositivi che solitamente “partono” invece da idee
e registrazioni effettuate con strumenti di tipo più tradizionale,
come la chitarra appunto, o altri strumenti acustici, o ancora
di più (mia particolare passione) strumenti etnici dai
suoni assolutamente inediti e in qualche modo “particolari”.
Dal mio punto di vista quindi tenderei piuttosto a “rovesciare”
la domanda, e dire invece cosa possono aggiungere gli “armamentari”
elettronici e digitali a quanto è possibile invece ottenere
con la chitarra o con altri strumenti. Comunque moltissimo, giacchè
anche soltanto a livello di applicazione di effetti, manipolazione
ed editing dei suoni, consentono risultati straordinari, permettendo
talvolta con pochi semplici “tocchi” di valorizzare
significativamente delle parti suonate e registrate con strumenti
non elettronici. Ma non solo, giacchè comunque un uso sapiente
ed un mix ben “calibrato” di strumenti elettronici
e non, è in grado di restituire combinazioni sonore di
una ricchezza e di una variabilità timbica incredibile,
di un impatto e di “efficacia emotiva” assolutamente
irraggiungibile utilizzando esclusivamente strumenti elettronici
o esclusivamente acustici. Credo che le “vibrazioni”
che i due generi di suoni riescono a trasmettere siano di tipo
assolutamente diverso e perfettamente complementare, e per questo
fin dai miei primi album ho spesso cercato di far “felicemente
convivere” sonorità di tipo elettronico e di tipo
acustico.
ANDREA:
In
“Forgotten Realm” quasi tutte le parti più
“melodiche” sono suonate con la chitarra, ciò
rende sicuramente il disco più ricco a livello timbrico.
Credo sarebbe molto interessante prevedere anche l’utilizzo
più espanso di altri strumenti acustici nell’economia
del progetto in futuro.
FABRIZIO:
Giuseppe,
in “Gates Of Namathur” suoni questo flauto chiamato
“khlui”. Tu viaggi molto, quindi mi piacerebbe ci
raccontassi la storia che sta dietro alla scoperta di questo strumento,
qui fantastico in chiave ambientale.
GIUSEPPE:
Il Khlui è uno degli strumenti più diffusi nella
musica tradizionale thailandese. Si tratta in sostanza di un flauto,
di fattura tutto sommato abbastanza semplice, talvolta costruito
in legno duro scavato, ma molto diffuso anche nella più
semplice versione in bamboo, che è possibile trovare senza
difficoltà anche nei numerosi mercatini locali. Sulla mia
pagina personale su Myspace (www.myspace.com/nimhpage), nella
sezione “Immagini”, è possibile accedere ad
alcuni “Album” di fotografie, e tra essi ce n’è
uno dedicato specificatamente alle foto dei miei strumenti etnici,
tra i quali è presente anche il Khlui che ho utilizzato
in questo brano (è quello chiaro “decorato”
con una specie di “reticolo”, ottenuto attraverso
un effetto di bruciatura più scura). Ha un suono molto
bello, che viene modulato non solo attraverso la “classica”
occlusione dei fori con le dita, ma anche modificando opportunamente
la posizione delle labbra, l’angolazione, e la “pressione”
dell’aria che si immette, per ottenere durante l’esecuzione
particolari variazioni espressive, timbriche e di “pitch”.
In “Gates of Namathur”, riallacciandomi anche al discorso
fatto poco sopra, ho potuto ulteriormente espandere le capacità
espressive di questo strumento, di per sé già comunque
notevoli, utilizzando un multieffetto, applicando una particolare
equalizzazione, un leggero delay, un profondo e “avvolgente”
riverbero, e soprattutto intervenendo in tempo reale attraverso
un pedale, per trasporre fino ad un ottava in basso il suono dello
strumento originale. Ascoltando il brano infatti è possibile
notare come i fraseggi siano talvolta ripetuti su ottave diverse,
creando una specie di “duetto virtuale” durante il
quale appare come se ad una sequenza di note prodotte con un flauto
su frequenze medie, “rispondesse” di volta in volta
un diverso flauto, riproducendo la medesima sequenza di note ma
su tonalità più bassa e con timbrica più
“profonda”. Sfruttando questo effetto ottenuto grazie
alla “complicità” delle apparecchiature elettroniche,
ed enfatizzandolo ulteriormente grazie alle caratteristiche intrinseche
dello strumento che, esattamente all’opposto, mi consentivano
di alzare il pitch delle note che producevo aumentando sensibilmente
la pressione dell’aria e modificando la posizione delle
labbra, sono riuscito ad ottenere il risultato che è possibile
ascoltare in “Gates of Namathur”.
ANDREA:
Le parti di flauto in “Gates of Namathur”, al di là
del mio giudizio personale, rappresentano probabilmente uno degli
apici del disco. Spero che Giuseppe abbia voglia di riproporsi
con altri strumenti a fiato nei prossimi capitoli del progetto.
FABRIZIO:
Che funzione svolgono le parti più sature e rumorose all’interno
di Forgotten Realm? Da questo punto di vista non siete mai aggressivi,
ma utilizzate comunque anche queste soluzioni.
GIUSEPPE:
Le parti un po’ più “rumorose”, in qualche
modo più “aspre” e “impattanti”
fanno da evidente “contrasto” alle ampie parti del
CD in cui invece i suoni sono decisamente più “morbidi”,
dilatati e “ambentali”. Personalmente nella musica
che realizzo ho sempre amato inserire forti contrasti, alternanze
di sonorità ora più “quiete” ora più
“aggressive”… Dal mio punto di vista, quando
queste alternanze sono ben “congegnate”, e l’inserimento
delle parti più “rumorose” ben collocato (come
sonorità, tempismo, come progressione nelle dissolvenze
in entrata e in uscita…), si ottiene un risultato complessivo
che riesce a valorizzare l’intero “fluire” della
musica di un CD, risultando più “coinvolgente”
dal punto di vista emotivo e restituendo in generale un maggiore
senso di “dinamismo”, di variabilità, di creatività;
alleviando per così dire la “fatica di ascolto”
che è possibile accusare ascoltando, ad esempio, musica
basata esclusivamente su parti molto “rumorose” e
aggressive (tipo un certo industrial/power electronics), ed evitando
al tempo stesso l’insorgere di quella sorta di senso di
“noia” che talvolta penalizza la musica basata esclusivamente
su sonorità prettamente ambientali o drone-oriented.
ANDREA:
Le
sonorità contenute all’interno dei brani di Hall
of Mirrors sono piuttosto dinamiche, credo che ci sia un buon
bilanciamento tra i momenti più calmi e i “crescendo”
rumoristici. Al contrario di Giuseppe, e con rare eccezioni, nei
miei dischi solisti tendo a conservare un mood continuo all’interno
dei brani - e degli album in generale - perché mi piace
lasciarmi “assorbire” dalla profondità di certi
suoni senza che ulteriori elementi intervengano a “disturbare”
l’ascolto. Hall of Mirrors è anche un’occasione
per utilizzare soluzioni differenti dal mio classico “modus
operandi”.
FABRIZIO: Il solito
spazio finale per i vostri progetti futuri, dato che siete tutti
e due attivi su più fronti.
GIUSEPPE:
Per quanto riguarda future pubblicazioni, posso anticipare che
è già pronto un nuovo CD del mio progetto solista
Nimh. Il titolo è “Krungthep Archives”, stilisticamente
si colloca più o meno “nel mezzo” tra “The
Missing Tapes” e “Travel Diary”, ed è
stato registrato in gran parte a Bangkok (“Krungthep”
in lingua locale) nel 2007 utilizzando strumenti tradizionali
thailandesi. Salvo imprevisti dovrebbe uscire dopo l’estate
prossima. Per il resto so che Stefano Gentile di Silentes sta
già pensando al secondo “capitolo” del progetto
aperto “Maribor", di cui è da poco uscito il
CD “Atrocity Exhibition” con la partecipazione mia,
di Andrea Marutti, Maurizio Bianchi, Pierpaolo Zoppo/Mauthausen
Orchestra e lo stesso Stefano Gentile. Spero inoltre vivamente,
nel corso magari della prossima estate, di riuscire a registrare
con Andrea il nuovo “Hall of Mirrors”, progetto già
programmato l’anno scorso e purtroppo “saltato”
per circostanze sfortunate, tra le quali il terremoto in Abruzzo
che ci ha di fatto impedito di organizzare il nostro periodico
incontro nel luogo (un piccolo paesino a 20 km da L’Aquila)
dove spesso ci incontriamo e dove abbiamo registrato anche i nostri
precedenti CD collaborativi.
ANDREA:
Nel corso dell’anno dovrebbero vedere la luce alcuni CD
che ho realizzato insieme ad altri amici: l’esordio del
progetto Molnija Aura – insieme a Davide Del Col degli Echran
– è programmato per uscire su Topheth Prophet; gli
accordi per la pubblicazione di una mia collaborazione con Fausto
Balbo sono in via di definizione, probabilmente parteciperò
a questa pubblicazione tramite Afe, la mia etichetta. Il secondo
album del progetto Sil Muir – con Andrea Ferraris - è
terminato da tempo, ci stiamo muovendo per cercare un’etichetta
interessata a pubblicarlo. Sempre riguardo a Sil Muir, l’ossatura
del terzo disco è pronta, stiamo valutando l’inserimento
di ulteriori elementi. Da tempo è pronto anche un mio disco
molto minimale – ridotto all’osso, oserei dire –
che si intitola “Rest Your Eyes On Verdant Soil”,
nel corso dell’anno ho intenzione di realizzarne una piccolissima
edizione con package realizzato “a mano” come ai vecchi
tempi. Spero proprio che quest’anno sia nuovamente possibile
incontrare Giuseppe per lavorare insieme ad un nuovo disco.
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