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[ Interviste / Interviews ]

Intervista a GIUSEPPE VERTICCHIO/NIMH, a cura di Lorenzo Becciani (Divine).
Pubblicata su Dagheisha, Aprile 2011.

www.dagheisha.com

DIVINE: Intanto ci tengo a farti i più sinceri complimenti per Krungthep Archives che appare l'ennesima dimostrazione della tua professionalità. Se tutti gli artisti fossero come te la musica sarebbe un ambiente migliore.
Cosa significa Krungthep Archives? Per il vocabolario, per l'uomo, per il musicista...

GIUSEPPE: Ti ringrazio prima di tutto per le belle parole introduttive…
“Krungthep” letteralmente in lingua thai significa “Città degli Angeli”, e di fatto è il nome della città di Bangkok.
Bangkok come città, e la Thailandia più in generale come paese, sono luoghi cui sono molto legato, che ho visitato per la prima volta nel lontano 1987, e nei quali amo tornare volentieri ogni volta che ne ho la possibilità.
Bangkok è semplicemente una città fantastica, che pur con i suoi limiti, i suoi contrasti, e con tutti gli innegabili problemi di una grande e moderna metropoli al cui confronto Roma appare comunque essere più un sobborgo del terzo mondo che non la grande capitale europea e occidentale che pretenderebbe di rappresentare, è comunque una città da sogno… Viva, varia, aperta, dinamica, sincera, e anche sostanzialmente ordinata, pulita, abbastanza “logica” nella sua pur “pseudo-randomica” organizzazione oserei dire. Ovviamente non è il paradiso… e nella sua immensa estensione ogni zona ha le sue diverse caratteristiche, i suoi difetti e le sue virtù… Ma nonostante tutto è una città che amo molto e nella quale amo trattenermi sempre alcuni giorni ogni volta che vado in Thailandia.
A Bangkok nel 2007 ho registrato e archiviato molte parti realizzate con strumenti etnici locali, parti che sono poi in gran parte “confluite” nel mio nuovo CD “Krungthep Archives”, e dalle quali ho tratto spunto anche per il “concept” e per il titolo dell’album.

DIVINE: Le registrazioni risalgono principalmente a quattro anni fa ma alcuni estratti sono addirittura più vecchi. Cosa ti ha spinto a pubblicarli solamente adesso?

GIUSEPPE: Come ti accennavo poco sopra, la maggior parte del materiale sonoro presente sul CD, quello che in pratica fa da “linea guida” dei singoli brani, è stato registrato nel 2007 a Bangkok; ma nella realizzazione dell’album ho “attinto”, come del resto faccio abitualmente, anche a vecchie registrazioni, spesso anche “d’annata”, che uso comunque conservare proprio per eventuali usi futuri. Si tratta talvolta di brevi sessions improvvisate con strumenti etnici, frammenti di registrazioni con sintetizzatori, field recordings, finanche brani completi ed elaborati che in alcuni casi facevano parte di vecchie cassette che non ho mai voluto rendere pubbliche. Così le field recordings in “K.A. 05” risalgono ad un viaggio del 1994, la parte più “quieta” e “ambientale” di “K.A. 02” nasce dalla rielaborazione parziale di un brano presente su mia vecchia cassetta, anch’essa del 1994, intitolata “Music for Waiting Rooms”; la parte ritmica e alcuni fondi elettronici di “K.A. 03” sono stati recuperati da un brano presente su una vecchia cassetta del 1995 (Ancient Lands Vol. 2), così come il drone “elettronico”, che in realtà non è tale, e il suono metallico ad esso sovrapposto in “K.A. 04”, sono in realtà suoni rielaborati di Salaw (o Salor, una sorta di violino a due corde con cassa di risonanza fatta con guscio di noce di cocco) provenienti dalle registrazioni di “Resonant Ambiences”, un CD-R realizzato in edizione privata e limitatissima nel 2000.

DIVINE: Parlaci della Thailandia. Perché è un posto tanto speciale per te?

GIUSEPPE: Probabilmente perché è un posto davvero speciale… e sicuramente perché è un paese che conosco da più di un ventennio e cui sono molto affezionato, nel quale torno spesso (anche perché mio fratello vive lì, nell’isola di Samui), e dove nel 1996 ho vissuto uno degli anni più belli e indimenticabili della mia vita. Della Thailandia mi piace “quasi” tutto… Ti ho già parlato del fascino di una metropoli come Bangkok, ma non sono meno affascinanti ad esempio le più “tranquille” aree e città del nord, come Chiang Mai e i suoi dintorni, i templi, le montagne, con i suoi poco accessibili e sperduti villaggi in cui sopravvivono minoranze etniche che, per quanto in buona parte ormai abituate alla presenza di turisti, e inevitabilmente avvezze più a calzare scarpe Nike che non desueti e pittoreschi abiti tradizionali, rappresentano comunque modelli di cultura e stili di vita ancora molto particolari e interessanti… Impossibile poi non parlare del sud e del mare, che io amo moltissimo. E anche qui, per quanto il turismo e la cementificazione dissennata abbiano letteralmente sconvolto quei fantastici paesaggi costieri che ho avuto occasione di conoscere e “vivere” per la prima volta nel 1987, c’è da dire che è ancora possibile “scovare” straordinari e abbastanza “tranquilli” angoli di paradiso…

DIVINE: Qual è l'aspetto che ti ha colpito maggiormente del paesaggio thailandese?

GIUSEPPE: Il paesaggio thailandese, come puoi immaginare, è molto vario, e credo sia proprio questa grande varietà una delle sue maggiori ragioni di fascino… Ciò che colpisce inoltre è spesso il grosso contrasto che si percepisce, anche percorrendo piccole distanze, talora anche soltanto voltando lo sguardo prima a sinistra e poi a destra…
Un esempio rivelatore di questo senso di perenne contrasto è ben rappresentato dall’immagine che ho utilizzato per il retro del CD.
Si tratta di una foto che ho scattato a Bangkok, dalla finestra della stessa stanza nella quale ho effettuato buona parte delle registrazioni.
Con un solo colpo d’occhio, dall’alto del quattordicesimo piano di un grattacielo di ventitré, è possibile osservare il placido percorso di un fiume ai cui margini si alternano spazi di foresta verdeggiante, un tempio buddista dal quale ogni giorno mi giungevano echi di canti e rituali religiosi, agglomerati di costruzioni con tetti di lamiera dove piccole comunità più povere conducono la loro quotidiana esistenza, e poco oltre la metropoli con i suoi grattacieli a disegnare i geometrici contorni dell’orizzonte…
Un’immagine secondo me emblematica, che da sola descrive più di mille parole.

DIVINE: Quali tecniche di registrazione hai utilizzato?

GIUSEPPE: Quelle che utilizzo ormai abitualmente da anni, quindi ampia parte del lavoro di registrazione, trattamento, editing, montaggio, missaggio e quant’altro attraverso l’ausilio di un computer e il mio “fido” software Wavelab. Per quanto riguarda strumenti, effettistica e sorgenti sonore direi ovviamente sintetizzatori (hardware e software), multieffetti (anche qui hardware e software), numerosi strumenti etnici e pregresse registrazioni d’archivio (come già spiegato) ad “arricchimento” e complemento.

DIVINE: Vuoi tracciare un parallelo oppure elencare le differenze tra “The Unkept Secrets”, “Travel Diary” e “Krungthep Archives”?

GIUSEPPE: Sono tre album molto diversi tra loro, seppure “Travel Diary” e “Krungthep Archives” condividono quanto meno un ampio utilizzo di strumenti etnici. “The Unkept Secrets”, che considero il terzo capitolo di una ”trilogia” i cui episodi precedenti erano i CD “Subterranean Thoughts” e “The Impossible Days”, pur attingendo ispirazione da diverse fonti, e pur non essendo direttamente riconducibile ad un “genere“ musicale ben definito e stereotipato, utilizza comunque un “approccio” e soprattutto una strumentazione più “tradizionale” e “ordinaria”, se così si può dire. Quindi sostanzialmente apparecchiature elettroniche, chitarra elettrica, effetti vari e poco altro. Nell’insieme credo si tratti di un album che unisce efficacemente la (per me imprescindibile) ricerca sperimentale ad una certa “fruibilità”. Non si tratta certo di un album “facile”, ma al primo ascolto apparirà sicuramente meno “ostico” e meno “spiazzante” rispetto, ad esempio, al nuovo “Krungthep Archives”. “Travel Diary”, seppure uscito nel 2008, raccoglie di fatto due miei vecchi CD-R del 2001 e 2002 (“Distant Skylines” e “Lanna Memories”) in una versione arricchita, opportunamente rivista e rimasterizzata. Si trattava fin da allora di una sfida ambiziosa. Musica dalla spiccata impronta ambient-elettronico-rituale realizzata però con sorgenti sonore esclusivamente acustiche, quindi strumenti etnici e field recordings. Nessun suono infatti di quelli che è possibile ascoltare in “Travel Diary”, è stato generato da sintetizzatori o altre apparecchiature elettroniche. Ovviamente anche qui è stato usato un PC per registrare, effettare, editare e mixare le diverse parti, ma l’origine dei suoni è sempre e comunque rigorosamente acustica. “Krungthep Archives” invece, pur utilizzando molte registrazioni di strumenti etnici, unisce ad esse ricche tessiture di suoni di origine evidentemente elettronica (un po’ come era già avvenuto per l’album “The Missing Tapes”) spingendosi nella direzione di una sperimentazione sicuramente più marcata e “intransigente”. Nell’album non mancano episodi spiccatamente acustici, come ad esempio nei brani d’introduzione e di chiusura, ma il tutto è riconducibile ad un “disegno” concettuale ampio e ben definito che cerca di esprimere, proprio attraverso questo “contrasto”, tra il suono acustico e quello elettronico, gli stessi contrasti (culturali, tradizionali, sociali…) di cui ho parlato poco sopra a proposito di Bangkok e della Thailandia in senso più generale.

DIVINE: Nei cinque movimenti dell'album ho riscontrato proiezioni futuristiche evidenti. E' sbagliato definire “Krungthep Archives” il disco più moderno della tua carriera?

GIUSEPPE: Credo che molto probabilmente sia quello che si spinga più “oltre”… Non che mi sia mai adagiato su soluzioni troppo “facili”, né (credo di poter dire…) che abbia mai peccato di eccessiva “ripetitività”. Ad ogni modo… sì, forse è effettivamente corretto dire che “Krungthep Archives” è probabilmente il disco più “moderno” (o forse persino “post-moderno”?) della mia pur molto eterogenea discografia.

DIVINE: La foto interna del libretto è stupenda. Nonostante il traffico, gli abusi urbanistici e i cartelloni pubblicitari quell'immagine trasmette un senso di solitudine pazzesca. Che rapporto hai con la fotografia?

GIUSEPPE: Mi fa piacere che tu me l’abbia chiesto. Sono sempre stato un grande appassionato di fotografia, seppure negli ultimi anni il mio crescente interesse verso la musica mi ha fatto “dirottare” verso questa attività quasi tutte le energie e il tempo libero, sottraendone ad altre vecchie passioni come, appunto, la fotografia. Già da bambino mio padre mi ha insegnato i principi della tecnica fotografica, e così ben presto presi dimestichezza con le fotocamere reflex: dapprima una fantastica Petri, in seguito una Olympus e una Minolta, infine delle Canon, in particolare la AE1 Program, che per anni è stata la mia compagna di viaggio e d’avventura e che ancora adesso posseggo e conservo gelosamente. Da ragazzo amavo anche sviluppare e stampare in casa le foto, con un vecchio proiettore in bianco e nero. Tornando alle fotocamere, con la rivoluzione digitale debbo confessare però di aver preferito la praticità di una piccola e leggerissima compatta ad una più ingombrante e comunque “impegnativa” reflex digitale. Del resto non sono fotografo di professione, e per quanto impugnare una reflex sia sicuramente tutta un’altra esperienza, la comodità di poter portare sempre con me una piccolissima fotocamera compatta mi ha consentito di “catturare” immagini e situazioni che probabilmente non avrei potuto documentare se avessi posseduto soltanto una fotocamera reflex, semplicemente perché, in molte occasioni, per ragioni di ingombro e maneggevolezza, avrei rinunciato a portarla con me. Le stesse immagini utilizzate per le grafiche di “Krungthep Archives” fanno parte di una più vasta serie di foto che ho scattato con una compatta Sony durante diverse e lunghe passeggiate sotto il sole rovente di una Bangkok con temperature intorno ai 40 gradi, e con molta probabilità almeno la metà di quelle foto non sarebbe mai stata scattata se non avessi potuto disporre di una pratica (seppur non certo professionale) fotocamera da taschino da portare sempre al seguito.

DIVINE: Quanto è importante la trasposizione visuale del suono per Nimh?

GIUSEPPE: Direi che non è un elemento essenziale, o a cui do estrema importanza, giacché la mia attitudine (o presunta tale direi…) è soprattutto quella di fare musica, di dare “forma” ai suoni, di trasmettere in qualche modo, attraverso “messaggi” prettamente uditivi, delle emozioni, dei pensieri, delle suggestioni… Probabilmente, per come è concepita e strutturata, spesso la mia musica è in grado di evocare immagini, o comunque di richiamare alle mente paesaggi, atmosfere, ricordi, storie… Ma non è questo il fine ultimo, o comunque “programmato”, con il quale mi avvicino agli strumenti quando vado a comporre la mia musica. E’ evidente che in alcuni casi delle immagini possono efficacemente abbinarsi ai contenuti sonori, e a tale proposito ad esempio è stata un’ esperienza interessante realizzare il video del brano “K.A.. 02”, nel quale ho utilizzato frammenti di riprese operate da mio fratello a Bangkok in quegli stessi luoghi che avevo già voluto descrivere in musica e attraverso le foto utilizzate per le grafiche del CD. Si tratta però più che altro di un semplice esperimento estemporaneo, un episodio abbastanza isolato.

DIVINE: Cosa hai ascoltato di interessante negli ultimi tempi?

GIUSEPPE: Proprio ieri Maurizio Bianchi e Jan-M. Iversen, il nuovo CD “Rekviem MB-JMI” appena uscito per Silentes: decisamente molto bello e suggestivo.
Poi, sempre recentemente, K11 e Philippe Petit, il CD “The Haunting Triptych”, anche questo decisamente notevole.
Purtroppo in quest’ultimo periodo non ho avuto molto tempo da dedicare agli ascolti. Ci sono stati anche altri CD che ho ascoltato comunque con piacere, ma, fra tutti, quelli che mi hanno colpito in modo davvero particolare sono i due titoli di cui sopra.

DIVINE: In quali altri progetti ti vedremo impegnato nei prossimi mesi?

GIUSEPPE: Qualche anticipazione allora…
Entro la fine dell’anno dovrebbe uscire per una nota etichetta statunitense, il nuovo doppio CD “Altered Nights” degli Hall of Mirrors registrato la scorsa estate, progetto collaborativo con Andrea Marutti, al quale, per questa occasione, hanno partecipato come “ospiti” Pietro Riparbelli/K11, New Risen Throne, Vestigial, nonché in un brano anche Andrea Ferraris (Ur, Sil Muir) e Andrea Freschi (Subinterior, Konau).
E’ inoltre già pronto, ma l’uscita non ancora programmata, il nuovo CD del progetto aperto “Maribor”, che in questo secondo album mi vede partecipe insieme a Maurizio Bianchi, Pierpaolo Zoppo/Mauthausen Orchestra, Andrea Marutti, Stefano Gentile e Gianluca Favaron.
Infine proprio in questo periodo sto finalizzando il master del mio nuovo solo Nimh. Si tratta di qualcosa di completamente diverso da tutti i miei album precedenti. Il titolo dovrebbe essere “Electric Silences”, e il CD è costituito da tre lunghe tracce realizzate quasi esclusivamente con chitarra elettrica molto satura, effetti e poco altro (qualche suono elettronico, field recordings, drones…).
Consentimi di concludere questa intervista ringraziando alcuni amici, collaboratori e sostenitori che nel tempo hanno incoraggiato il mio lavoro dietro gli strumenti e senza i quali, probabilmente, la mia musica non sarebbe la stessa che è ora. Quindi, in ordine sparso, vorrei ringraziare Stefano Gentile, Andrea Marutti, Mauro Berchi, Andrea Freschi, Philippe Blache, Pierpaolo Zoppo, Maurizio Bianchi, Amir Baghiri, Enrico Verticchio, Daniela Gherardi… e ovviamente anche te per l’ampio spazio che, con passione e disponibilità, offri già da tempo alla mia musica e ai miei progetti.

 

 

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